WELCOME

Storia d'amore e di amicizia tra un uomo e un ragazzo che affronta con lirismo la realtà nelle sue manifestazioni più crude, disumane e inaccettabili
Bilal, giovane curdo, ha lasciato il suo paese alla volta di Calais, dove sogna e spera di imbarcarsi per l'Inghilterra. Dall'altra parte della Manica lo attende un'adolescente che il padre ha promesso in sposa a un ricco cugino. Fallito il tentativo di salire clandestinamente su un traghetto, Bilal è deciso ad attraversare la Manica a nuoto. Recatosi presso una piscina comunale incontra Simon, un istruttore di nuoto di mezza età prossimo alla separazione dalla moglie, amata ancora enormemente e in segreto. Colpito dall'ostinazione e dal sentimento del ragazzo, Simon lo allenerà e lo incoraggerà a non cedere mai ai marosi della vita. A sua volta Bilal aprirà nel cuore infranto di Simon una breccia in cui accoglierlo. Ma il mondo fuori è avverso e inospitale e l'uomo dovrà sfidare le delazioni dei vicini di casa e la legge sull'immigrazione che condanna i cittadini troppo umani e “intraprendenti” col prossimo. Premiato dal pubblico a Berlino e campione di incassi in Francia, Welcome è un racconto morale che si interroga sul concetto di alterità e in cui è facile riconoscere i canoni dell'attualità. Polemizzando con la legge sull'immigrazione voluta da Sarkozy, che infligge sanzioni severe ai residenti colpevoli di cuore con la straniero, Philippe Lioret mette al centro del suo film l'Altro, un corpo estraneo da sfruttare o da espellere, senza una vera possibilità di integrazione. Come aveva già fatto con Tombés du ciel, film d'esordio del 1994, il regista francese riconferma la sua attenzione per la mercificazione delle vite nel complessivo processo di disumanizzazione dell'Europa contemporanea. Welcome, storia d'amore e di amicizia tra un uomo e un ragazzo, affronta con lirismo la realtà nelle sue manifestazioni più crude, disumane e inaccettabili. La sopraffazione del più debole è analoga a tutte le latitudini, compresa la democratica e “rivoluzionaria” Francia che “ospita” una teoria di convivenze rese difficili dai codici sociali e da paure ingiustificate. La coscienza collettiva è assente o rallentata da egoismi, bassezze e diffidenze, che sono l'humus in cui cresce e prospera l'intolleranza di una comunità verso una minoranza. Il coraggio del singolo, incarnato e interpretato da un intenso e dolente Vincent Lindon, sembra allora essere l'unica speranza contro la violenza delle istituzioni, raccontata non come attrito deflagrante ma come forza di inerzia, attraverso un logorio costante tra i personaggi. Nella livida immobilità di fondo entrano in contatto e dialogano un uomo e un ragazzo, suggerendo un movimento paterno dell'uno verso l'altro e diminuendo “a bracciate” le distanze tra le parti. Il punto di incontro tra Simon e Bilal è rappresentato dall'acqua, elemento primitivo che innesca autentiche dinamiche relazionali e allo stesso tempo attende e accoglie la risoluzione del dramma. Il giovane curdo, in cerca di una patria e di un amore, è per il francese l'annuncio di una possibilità, la possibilità di ogni essere umano di ritrovare se stesso e l'altro.
Marzia Gandolfi (mymovies.it)

LA CRITICA

Né buoni né cattivi ma gente molto sola
di Curzio Maltese,
La Repubblica
Benvenuto Welcome. Arriva in Italia un film terribilmente bello, vincitore a Berlino, campione d'incassi in Francia, dove ha influenzato il dibattito politico sull'immigrazione clandestina. E difficile che da noi provochi le stesse conseguenze. Non soltanto perché non si tratta di una nostra storia d'immigrazione. Magari. Chissà quando il cinema italiano riuscirà a produrre un'opera altrettanto matura sul più importante problema dell'epoca. Ma soprattutto perché la discussione sui clandestini da noi è precipitata in tali abissi di miseria morale, politica e giuridica che nulla sembra in grado di risollevarla a un grado di civiltà. Tantomeno un'opera d'arte, un film o un libro, insomma qualsiasi cosa non sia chiacchiera televisiva. La storia di Welcome nasce dall'amore di due adolescenti. Stavolta Romeo e Giulietta sono curdi, separati non soltanto dalle famiglie, ma anche da una guerra e da quattromila chilometri. Per amore di Mina, Imail, ragazzo curdo che sogna di diventare un calciatore del Manchester United, attraversa tutta l'Europa. Alla fine arriva a Calais. Gli resta soltanto la Manica per raggiungere il suo sogno. Senza permessi e senza soldi, Imail si mette in testa di attraversarla a nuoto. Trova l'aiuto, dapprima diffidente, poi sempre più appassionato, di un istruttore di mezza età, Simon, appena lasciato dalla moglie. E la storia diventa quella fra un vero padre e un vero figlio, che non sono padre e figlio. Non è un film di buoni e cattivi. E un film di uomini e donne soli, gente comune e migranti, poliziotti e vicini di casa, burocrati e commercianti, né buoni né cattivi, ma deboli e piccoli di fronte a un sistema che ha deciso di usare le paure e l'alibi della sicurezza come nuova forma di controllo autoritario della società e degli individui. Degli altri, di quelli che arrivano nelle stive delle navi, ma soprattutto dei propri cittadini. Un sistema forte, razionale, gelido, fondato sull'egoismo e in fondo condiviso da vittime e carnefici, entrambi occasionali. Un mondo in cui l'amore folle di due ragazzi e la complicità affettuosa di un uomo diventano atti eversivi, pericolosi. Sentimenti forti, roba da clandestini. Non è naturalmente soltanto il tema a fare di Welcome un bel film. Philipe Lioret è uno dei migliori registi francesi, già collaboratore di Robert Altman, ispiratore di The Terminal di Spielberg, ed è un maestro nelle scene sull'inferno del porto di Calais. La scrittura è perfetta ed è difficile trovare un aggettivo adeguato all'interpretazione di Simon da parte di Vincent Lindon, divenuto nel tempo una dei più straordinari attori europei. E quasi impossibile uscire dalla sala di Welcome con le stesse idee sull'immigrazione che si avevano prima. Gli elettori leghisti sono avvisati.

Noi non sappiamo dire welcome
di Dario Zonta,
L'Unità
Qual è l'accoglienza riservata agli immigrati in Europa? Qual è il senso e il valore della parola «welcome» in un paese come la Francia? E in Italia, in Ighilterra? Il regista francese Philippe Lioret se lo è chiesto per davvero e ne ha fatto un film con l'omonimo titolo, provocatoriamente lasciato in inglese. Philippe Lioret ha fatto un viaggio nella cosiddetta «giungla» di Calais, sulla costa nord della Francia, laddove si ammassano centinaia di immigrati in cerca di una via di fuga per l'Inghilterra, considerata a torto o a ragione, un Eldorado. È il «Messico francese», come lo ha definito il regista. Un non luogo, terra di confine e di sospensione. Dal porto Calais partono, una volta imbarcati, tutti i tir per la Gran Bretagna, e dentro di questi, ospiti indesiderati si schiacciano tra pile e pacchi, calandosi un sacco di plastica in testa quando è il momento del controllo. Il film inizia con una scena di questo tipo, seguendo quattro iracheni che si calano dentro un tir, rischiando l'asfissia al momento del controllo. È una «pratica », questa che Lioret ha appreso durante l'indagine svolta per le ricerche del film. La polizia inserisce delle sonde dentro il vano del camion che rivelano il respiro umano… Un inizio tragico, che ci immette subito dalla parte della cronaca e della verità. Non sono espedienti da sceneggiatori, la realtà non si inventa, perché quando è di questo tipo supera di gran lunga l'immaginazione e la fantasia. Anche l'escamotage narrativo che ha dato il via al film, si rifà a elementi di realtà, benché incredibili. Sempre a Calais, durante le ricerche, viene a sapere che alcuni immigrati hanno tentato di attraversare la Manica a nuoto. Dopo un tentativo andato a male, anche a Bilal, un sedicenne curdo-iracheno, viene questa idea, e si mette in contatto con un istruttore di nuoto (Vincent Lindon) per prepararsi atleticamente all'impresa. Lindon, un autoctono in crisi esistenziale, capisce gradualmente l'intenzione del giovane e rimane, anche emotivamente, invischiato nella vicenda. Dalla storia alla cronaca, il passo è breve. Con la legge 622/1 Sarkozy ha introdotto il reato di immigrazione illegale che punisce tra l'altro con cinque anni di reclusione i cittadini francesi che aiutano i clandestini. In ottemperanza a questo articolo, in Francia si è arrivati a mettere sotto inchiesta l'organizzazione umanitaria Emmause a interrogare per 9 ore una casalinga di 59 anni, colpevole di aver ricaricato il cellulare di 9 clandestini. Welcome mette il dito nella piaga raccontando, con picchi emozionali, questo inferno. La Francia ha risposto con oltre 10 milioni di incasso, e il governo ha dovuto render conto del suo operato e delle sue scelte. Una sorta di sollevazione popolare passata attraverso il cinema… sembra un sogno che solo in Francia si può avverare, laddove c'è un'opinione pubblica viva, vegeta e incazzata.

Benvenuti all'inferno della mediocrità umana
di Fabio Ferzetti,
Il Messaggero
Per passare la frontiera ci vogliono polmoni d'acciaio. Letteralmente. Se ti nascondi in un Tir la polizia introduce sottili cannule sotto il tendone per captare il respiro. L'unica è infilare la testa in un sacchetto di plastica e trattenere il fiato. È un'immagine devastante e una metafora naturale di rara potenza. Tanti clandestini stipati in un Tir con la testa in una busta di quelle in cui mettiamo la spesa al supermercato. La loro testa contro le nostre merci. Miseria assoluta contro abbondanza malata. Sembra anche un'immagine di tortura. Roba da colonnelli, avremmo detto una volta, quando la tortura sembrava un'esclusiva del Sud del mondo. Invece è "solo" lotta per la sopravvivenza. Anche se non tutti ce la fanno. Bilal per esempio non ce la fa. E sì che è un atleta, con un fisico da statua greca e un sogno impossibile. Vuole raggiungere la fidanzata a Londra, ma per ora è arrivato solo a Calais, sulla costa francese. Dal Kurdistan, dove è nato, sono migliaia di chilometri. Tutti via terra però, mentre fra Calais e Londra c'è la Manica. E un dispiegamento di forze anti-immigrati da paese in guerra. La storia di Bilal però non ci prenderebbe alla gola se non si intrecciasse a quella di un personaggio più vicino a noi: Simon. Un ex-campione di nuoto che campa facendo l'istruttore in piscina, ma compie un gesto imprevedibile. Si prende Bilal e un compagno di fuga in casa. Li aiuta, li sfama, si attira l'odio dei vicini e le minacce della polizia, perché in Francia chi aiuta un clandestino rischia fino a 5 anni di prigione. Quindi, come se non bastasse, inizia ad allenare Bilal, che vuole andare in Inghilterra a nuoto. A costo di restare ore e ore in un'acqua a 10 gradi. Perché Simon, che ha la faccia di chi ha appena finito di piangere di uno straordinario Vincent Lindon, ma non piange mai, fa una cosa così pericolosa? Forse per far colpo sulla moglie che lo ha lasciato, attiva nel volontariato (ma molto più cauta di lui...). Perché si sente solo. Perché non ha figli e Bilal non ha neanche vent'anni. O perché è giusto, e non càpita ogni giorno di fare qualcosa di giusto. «Lui ha fatto 4000 km. a piedi per rivedere la sua ragazza», dice Simon alla moglie. «Tu sei andata via e io non ho nemmeno attraversato la strada per fermarti». In compenso sullo zerbino del vicino che denuncia Simon alla polizia c'è scritto Welcome, benvenuti... Difficile trovare titolo più ironico e amaro per un film secco ed efficace come pochi, che concentra una tragedia dei nostri giorni in un pugno di figure e conflitti tanto essenziali da togliere davvero, rieccoci, il respiro. Che un film così incassi 20 milioni di euro in Francia è forse una magra consolazione. Ma è già qualcosa.

Benvenuti tra gli ultimi
di Alessandra Levantesi,
La Stampa
Basato su un libro-inchiesta di Olivier Adam, Welcome (titolo di brechtiana ironia) potrebbe essere definito un film a tema e in certo modo lo è, tanto che in patria ha provocato un acceso dibattito. È accaduto infatti che il regista Philippe Lioret, presentando la pellicola, abbia definito degna di Vichy la legge promulgata dal ministro Eric Besson che affibbia cinque anni di galera a chiunque faciliti il soggiorno degli immigrati illegali. Reazione sdegnata di Besson, controreazione dell'opposizione, polemiche varie da destra e da sinistra. Morale, noi abbiamo la Lega, ma Sarkozy non scherza. Tuttavia, il vero pregio di Welcome è nella capacità di Lioret di assorbire tali problematiche all'interno di una ben congegnata struttura drammaturgica, creando personaggi di sfumato spessore esistenziale con cui pian piano entriamo in un contatto di partecipazione umana, che va al di là di ogni discorso militante. Bilal (Firat Ayverdi) è un curdo 17enne che dall'Iraq ha fatto 4000 km, sperimentando chissà quali inferni, per poter raggiungere la Gran Bretagna dove vive la fanciulla che ama e dove gioca la sua squadra del cuore, il Manchester United. Invece è stato fermato a Calais, una frontiera portuale in stato di assedio, camionette blindate della polizia ed elicotteri che fanno la ronda in continuazione, filo spinato e cani ringhiosi. Che fare? Il ragazzo escogita l'assurdo piano di passare la Manica a nuoto, venti miglia di acqua gelida e correnti traditrici, battute da petroliere e moto vedette. Simon, il maestro di nuoto che gli dà lezioni, è un divorziando ancora innamorato della moglie, impegnata in un'associazione umanitaria. Lo interpreta Vincent Lindon, uno di quegli attori carnali che portano in scena un'impressione di verità e di vita. Senza bisogno di grandi parole, fra il ragazzo e l'uomo si instaura uno speciale rapporto padre-figlio. Attraverso lo sguardo di Simon, che forse rivede in lui se stesso giovane, Bilal acquista la dimensione di un piccolo eroe romantico pronto a immolarsi per amore; mentre, pur di aiutarlo, l'adulto indurito arriva a sfidare la legge riscoprendo in sé un'affettività che credeva perduta. Finale triste, ma il sentimento della pietas illumina la Calais livida e invernale fotografata da Laurent Dillaud di una fiammella (non retorica) di speranza.


WELCOME

Un film di Philippe Lioret

Con
Vincent Lindon
Firat Ayverdi
Audrey Dana
Derya Ayverdi
Thierry Godard

Drammatico, durata 110 min.

Francia, 2009