TRA LE NUVOLE
Viaggio di piacere con Reitman, ma il cinismo si perde per la strada
Ryan Bingham è un uomo affascinante, un abilissimo tagliatore di teste ed è libero come l'aria. Nel cielo, appunto, trascorre la maggior parte del proprio tempo, in trasferte di lavoro, agognando il prestigioso club dei dieci milioni di miglia. Ma qualcosa accade, tra un aereo e l'altro. Nathalie, una ragazzina neolaureata ha convinto il suo capo che viaggiare è dispendioso e si può benissimo licenziare in videoconferenza, minacciando di riportare Ryan a terra proprio quando il nostro ha da poco incontrato Alex, una trentenne che pare la sua fotocopia al femminile, così orgogliosamente sola da fargli venir voglia di non esserlo più.
Aaron Ekhart persuadeva gli altri, George Clooney persuade se stesso. Si convince che sia possibile vivere senza legami, che i rapporti siano una zavorra, che leggeri si vola più alto. La realtà delle cose, in questo terzo film così come nell'esordio di Reitman, s'inganna con la distrazione. Basta muoversi velocemente, procurarsi un trolley con ruote scorrevoli e saper apprezzare le offerte e i comforts del villaggio aeroportuale. Il film gli dà ragione: è quando si creano delle relazioni che il meccanismo s'inceppa e ci si rende conto che sfrecciare sopra le nuvole è come stare fermi; che il vero viaggio, nella vita, è un altro.
Jason Reitman sa creare dei personaggi che non si dimenticano in fretta, fuori dalla norma e sul bordo sdrucciolevole della morale, eppure pieni di naturalezza, grazie alla solidità delle sceneggiature e degli attori che chiama ad incarnarli. Questa volta fa addirittura un passo in più, confondendo testo e paratesto, assoldando lo scapolo d'oro di Hollywood per fargli interpretare il ruolo di un uomo che s'illude di poter stare da solo ma dovrà arrendersi un giorno, e – giù dallo schermo - coronare la favola.
Fuori di dubbio è anche il talento del regista per i dialoghi e il ritratto “senza filtro” delle piccole spietatezze quotidiane, siano esse d'ambientazione scolastica o professionale. Anche qui, Tra le nuvole segna un aumentato bisogno di veridicità e porta in scena un contesto attuale e una ventina di disoccupati veri, mescolati agli attori professionisti, ma non per questo indistinguibili.
Eppure, malgrado la naturalezza con cui Clooney indossa i mocassini di Ryan Bingham, malgrado la verità che fa da set alla finzione, c'è qualcosa di troppo scritto e lineare in quest'opera terza rispetto alle precedenti. Il bello di Juno era che era contraddittorio come l'età che raccontava, canticchiava un sentimento profondo senza bisogno di un arrangiamento in tutta regola; Tra le nuvole, al contrario, va spedito come un volo intercontinentale, dice quel che intende dire e non altro, e l'imprevisto all'arrivo fa in qualche modo parte del pacchetto di viaggio.
Marianna Cappi(mymovies.it)
LA CRITICA
Clooney tra le nuvole
di Natalia Aspesi, La Repubblica
In Italia 2.600mila, in Europa 4.600mila, negli Stati Uniti più di 15 milioni: individui diventati numeri, gente che lavorava e che è diventata un esubero, un sovrappiù; disoccupati, licenziati, anzi, da noi ' licenziati invisibili' come li definisce Ilvo Diamanti, in quanto notizia irrilevante e antipatica per la nostra televisione obbligata all' ottimismo ottuso. Uno dei tanti meriti di quel gran bel film, intelligente, divertente, amaro e massimamente attuale che è Tra le nuvole (Golden Globe per la sceneggiatura, troppo poco), del geniale regista Jason Reitman (quello del cinico Thank you for smoking e del dolcissimo Juno ), è di aver scelto un gruppo di licenziati veri di S. Louis e di Detroit nel momento in cui viene loro comunicato, ad uno ad uno, all' improvviso, "Il suo posto non è più disponibile, raccolga le sue cose e se ne vada". Facce di ogni età che trasecolano, sguardi che si perdono pensando ai figli, alle cambiali, all' assicurazione sanitaria, alla fine di tutto; chi piange, chi ammutolisce, chi grida, chi si arrabbia, chi insulta, chi non ci crede, chi minaccia il suicidio: uomini e donne che non sono più nessuno, in America, dove per i licenziamenti vige la regola "at will", a piacimento, gli ammortizzatori sociali sono inesistentie perdendo il lavoro si perde tutto, anche la dignità. George Clooney, mai così bravo e mai così irresistibile, è un tagliatore di teste di gran talento, un commesso viaggiatore della disperazione altrui, che gira l' America per dedicarsi a quel lavoro sporco che le aziende si vergognano di fare: arriva elegante, veloce, bello, ed è come l' angelo della morte. Si installa ogni v olta in una scrivania diversae sorridendo paterno, addirittura tenero, mai sbrigativo, accoglie apparentemente commosso la devastazione umana che si alterna davanti a lui, esercita con grande professionalità il suo mestiere di job-killer in affitto, tenendo poi corsi per spiegare a quei poveretti disperati e sfiniti quale grande opportunità sarà per loro essersi liberati dal giogo dello stipendio fisso. Il personaggio di George Clooney incarna i massimi guasti di un capitalismo senz' anima, di una cultura contemporanea che privilegia l' irresponsabilità e l' egoismo. Ancora più impressionante della sua professione, è la vita che ha scelto e che gli piace: a 45 anni non ha famiglia, non ha legami, non ha una casa, il che gli fa credere di essere libero e senza problemi. Adora il suo stile di vita che consiste nel volare in business class 322 giorni l' anno, nel cambiare ogni giorno orrendi executive hotel, nel non fare code negli aeroporti, nell' accumulare carte privilegiate: il suo sogno, raggiungere i dieci milioni di punti come frequent flyer per entrare nel più esclusivo dei club assurdi. "Questo è il nostro momento!", gli grida il capo, entusiasta dell' approfondirsi della crisi economica che porterà altri proficui licenziamenti di massa. Ma i tempi sono grami per tutti e infatti negli uffici di Clooney arriva una neolaureanda severa (la deliziosa Anna Kendrick) che propone di ottimizzare il lavoro: basta viaggi, basta aerei, basta alberghi, sarà molto meno dispendioso di tempo e denaro licenziare ovunque, da Kansas City a San Francisco, direttamente dalla sede di Omaha in videoconferenza. La vita meravigliosa di Cloney è minacciata proprio nel momento in cui tra un aereo e l' altro ha incontrato una bella signora sensuale e disponibile che fa la sua stessa vita vagabonda e accumula come lui tessere privilegiate. Il loro rapporto apparentemente casuale e disimpegnato dà luce a tutto il film (lei à la seducente Vera Farmiga), tra sesso e gioco, intelligenza ed eleganza: al telefono, per mail, con incontri reali molto soddisfacenti quando il lavoro li porta nella stessa città. Tra la ragazzina Kendrick e la donna Formiga, brilla quest' ultima per sapienza femminile e inafferabilità misteriosa: è di quelle che non chiedono nulla, anzi quando lui starebbe per chiedere, lei si fa reticente. La vita non è un' evasione, l' amore non è una parentesi, almeno per uno dei due: o per tutti e due. Le scene degli aeroporti paiono fiabesche, in tempi in cui la paura del terrorismo ha reso faticosi, interminabili, insopportabili tutti gli inevitabili controlli e le interminabili code: si prova invidia per quel Clooney che solo mesi fa, con un solo gesto di una sola carta speciale, passa veloce dalle barriere vip salutato dalle hostess grate di un suo sorriso; e che conosce tutte le regole per evitare code sbagliate con la sua valigetta a mano che contiene tutto il suo mondo. Mai dove ci sono bambini, perché fanno casino, mai dove ci sono i vecchi, perché hanno ossa di metallo e chiodi e nel corpo, scegliere sempre gli asiatici, che portando i mocassini, non perdono un secondo a togliersi le scarpe.
Voce di Fanny, voce d'amore
di Alberto Crespi, L'Unità
Jane Campion è nata a Wellington, Nuova Zelanda, il 30 aprile del 1954: e non si dovrebbe mai dimenticare che la Nuova Zelanda è il primo paese al mondo nel quale le donne hanno ottenuto il diritto di voto. Jane Campion non è necessariamente una femminista, ma poco più di un anno fa, al festival di Cannes (che rimane l'unica donna ad aver vinto, con Lezioni di piano), rispondeva così alla domanda sul tema: «Penso non si possa essere donne senza essere un po' femministe, ma penso anche che siamo tutti umani, che gli uomini hanno lati femminili – e meno male! – e noi donne abbiamo lati maschili. Io, ad esempio, ho dovuto costruirmi una corazza da maschio a inizio carriera, per sopportare certe critiche feroci ai miei primi film. Le donne hanno fatto grandi progressi nel cinema, ma vorrei vedere più registe donne. In fondo siam più della metà degli esseri umani, e li diamo alla luce tutti quanti!». Tutto ineccepibile, e coerente con il film che Jane presentava in concorso sulla Croisette nel maggio del 2009: Bright Star, dedicato alla storia d'amore fra il poeta John Keats e la giovane Fanny Brawne. Una storia sulla quale abbiamo libri e testimonianze, ma solo una «voce»: la voce di Keats, uomo che con le parole ci sapeva fare e che scrisse a Fanny lettere bellissime che lei, dopo la sua morte, conservò a lungo. Paradossalmente Jane Campion, scrivendo il film, ha dovuto rovesciare il punto di vista e inventare una seconda «voce» che, almeno per iscritto, non ci è giunta: quella di Fanny. Il film, infatti, non è la storia di John Keats: è la storia di come Fanny Brawne si innamora di John Keats e della sua poesia. Ma non crediate che si tratti della solita storiella romantica sulla fanciulla sognatrice infatuata del poeta: Bright Star è anche il confronto fra due creatività, perché Fanny Brawne è una stilista del suo tempo – Inghilterra, primo Ottocento – e adora inventare cappelli e vestiti. Non a caso il film si apre con un'immagine che forse solo l'occhio di una donna regista poteva concepire, il primissimo piano di un ago che penetra una stoffa bianca, e finisce con un'immagine speculare, un altro ago che cuce una stoffa nera. Fra i due aghi, passano anni e irrompe la morte, perché John Keats muore a Roma, a soli 26 anni, il 23 febbraio del 1821. Fanny gli sopravvive portando per tre anni il lutto, pur non essendo i due sposati: «All'epoca – è sempre Jane Campion a parlare – le donne cucivano e aspettavano, aspettavano e cucivano. Eppure il cucito, nel film, è la parte creativa di Fanny, e diventa lo strumento per raccontare Keats attraverso lei». PUNTI DI VISTA Il punto di vista femminile è ciò che salva Bright Star dalla convenzione del «film in costume sull'Inghilterra dell'Ottocento», un vero e proprio sottogenere che in passato ha regalato pochi capolavori e molti film oleografici. Jane Campion ci aveva provato nel 1996 con Ritratto di signora , ma la nobiltà della fonte letteraria (Henry James) l'aveva forse bloccata. Portando la figura del «grande scrittore» davanti alla macchina da presa, si è come liberata dell'ingombro della trama e ha raccontato un tema che le è caro, il turbamento emotivo che un uso sapiente della parola scritta può suscitare in un lettore – o una lettrice: un tema romantico, certo, ma anche fortemente fisico, intimo, che Jane Campion aveva già analizzato in Lezioni di piano usando la musica come grimaldello narrativo. Bright Star non è di quel livello, ma è sicuramente un film molto sentito, il migliore della Campion da svariati anni a questa parte. Alla buona riuscita concorre l'azzeccata scelta dei protagonisti Abbie Cornish e Ben Whishaw, che dopo la prima cannense del film non hanno smesso un attimo di lavorare e sono destinati a un futuro da star, mentre Kerry Fox, che nel 1990 era la conturbante Janet Frame di Un angelo alla mia tavola, ha vent'anni dopo l'età giusta per interpretare la madre di Fanny.
Licenziare per vivere. Forse non basta per vivere davvero
di Davide Turrini, Liberazione
non c'è trucco. La bellezza del film sta nelle ambientazioni in miracoloso equilibrio fra precisione storica e forza metaforica. Nella semplicità (apparente) con cui ogni impennata verso il sublime è riportata a terra da un dettaglio insieme poetico e materiale. E naturalmente nell'estrema accuratezza con cui sono tratteggiati insieme epoca (usi, mentalità, occupazioni, aspettative, privilegi) e personaggi, dal primo all'ultimo.
Poche storie. Up in the air è un film di sconcertante durezza e sofferenza. Per Jason Reitman, già autore di Juno , l'individuo contemporaneo, l'homo felix occidentalizzato, è un esserino fragile e disilluso. George Clooney, con la sua oramai proverbiale polentina brizzolata sul capo, interpreta il segaligno Ryan Bingham. Un raffinato, affabile, consolatorio ma infame tagliatore di teste. Un consulente esterno che piomba come la morte a falciare decine di esuberi in luoghi di lavoro impiegatizi e manageriali. Lavoro sporco svolto con classe. I mezzi busti che si susseguono davanti al viso marmoreo di Ryan sono i licenziati da un giorno all'altro, i senza futuro e con un presente totalmente incerto. C'è chi piange, chi si dispera, chi sbraita, chi minaccia a male parole, chi annuncia il suicidio (vero). Alcune facce prese dal gran calderone dei caratteristi Usa, altre quelle di veri licenziati nello sconvolgente tourbillon americano d'inizio secolo. A tutte, Ryan riserva una ramanzina sui possibili benefici del ricominciare (sussidi e rimborsi per alcuni mesi), delicati suggerimenti sui sogni da riprendere in mano (non a caso esiste l'american dream). Ma Up in the air non si ferma qui e la prende larga, anzi alta, altissima, virando fin sopra le nuvole del titolo. Ryan vive lì: 270 giorni di viaggio all'anno, prima classe aerea, hotel di discreto lusso, carte magnetiche a simboleggiare i vantaggi di superare una fila, far parte del club di questo e quell'altro. A casa, tanto, non lo aspettano né mogli né figli. E nemmeno una vera e propria dimora, tanto che è lui nei rari momenti in cui vi ritorna a riempire il bicchiere del lavandino con lo spazzolino, l'armadio vuoto con le camicie, il frigorifero con le bottigliette di liquori da minibar d'albergo. Un isolamento voluto e cercato che cela comunque smarrimento, perdita d'identità. Unico rimedio è reiterare le proprie vacue certezze: continuando a volare, salire e scendere da un aereo/città all'altro/a, senza voltarsi a guardare il baratro della propria solitudine. Saranno l'arrivo di Natalie (Anna Kendrick), la nuova giovanissima collega che vorrebbe sostituire l'esperienza "professionale" di Ryan con i licenziamenti via schermo web, della sorella in procinto di sposarsi e dell'amante Alex (una Vera Farmiga che dice «pensa a me, come fossi te con la vagina») a far scendere anche solo per un attimo Ryan a terra.
Jason Reitman lavora finemente sulla fitta tessitura di una narrazione da commedia romantica raggelata qua e là da innesti realistici (gli uffici in dismissione con le poltrone accatastate o i telefoni poggiati per terra). Il risultato è un film che scava dentro lo spirito del nostro tempo, che arriva alle traballanti radici del concetto di felicità, realizzazione e soddisfazione dell'esistenza contemporanea. Frame-stop: Clooney per un secondo barcollante, attonito, davanti a quelle foto di un America che forse non ha mai visto. Prima che qualcuno al lavoro vi licenzi, non perdetevelo.
Con George licenziare è un piacere
di Lietta Tornabuoni, La Stampa
Hai un protagonista quasi odioso? Fallo recitare dall'attore più affascinante, da quel nuovo Cary Grant che è l'adorato George Clooney. E Tra le nuvole (Up in the Air) diventa una commedia riuscita, intelligente, divertente, attuale, applauditissima al festival di Roma. E non è la sola vera idea del film diretto da Jason Reitman (Juno) e tratto dal romanzo di Walter Kirn, storia di un uomo che di mestiere licenzia gli altri e che pensa di non aver bisogno di nessuno e di nulla, neppure di affetti o d'una casa.
Il «tagliatore di teste» viaggia 300 giorni l'anno, licenziando in ogni città degli Stati Uniti. Ama viaggiare, ama gli aeroporti e tutto ciò che li popola (vetro, metallo, desk, edicole, ristoranti, alberghi globalizzati, ovunque sempre uguali), ne ama gli incontri fugaci e i benefit. Ama il suo straziante mestiere: le aziende preferiscono affidare il compito di licenziare (esercizio frequentissimo in tempo di crisi) a estranei che non conoscono nessuno, ma lui è fiero di farlo bene, con eloquenza e umanità. Finché anche il suo lavoro è insidiato per la proposta di una ragazza «ottimizzatrice»: licenziare in videoconferenza, per risparmiare spese di viaggio; e la sua solitudine privata vacilla nell'incontro con una giovane donna. I cambiamenti mutano i personaggi. Clooney è meraviglioso, Vera Farmiga e Anna Kendrick sono brave. Il regista Reitman è autore con Sheldon Turner di una sceneggiatura scritta benissimo, scintillante di battute non soltanto brillanti. Idee: trascendere i generi, realizzare una commedia seria che accosta fatti drammatici a situazioni comiche; le sequenze veloci e perfette di preparazione dell'unico bagaglio a mano e dei passaggi al metal detector, che restituiscono la familiarità e l'appagamento del viaggiatore. E aver fatto interpretare i licenziati non da attori ma da persone comuni che davvero hanno perduto il lavoro: «Autentici, realistici disoccupati di Detroite St. Louis», dice il regista: «Bravissimi». Sfido.
Il lavoro va all'aria
di Lietta Tornabuoni, La Repubblica
Uno dei tanti meriti di Tra le nuvole - film, intelligente, divertente, amaro del geniale regista Jason Reitman (Thank you for smoking e Juno) - è di aver scelto un gruppo di licenziati veri di S. Louis e di Detroit nel momento in cui viene loro comunicato il licenziamento. Il film ci mostra le loro facce, chi piange, chi ammutolisce, chi grida, chi si arrabbia, consapevoli che perdendo il lavoro si perde la dignità. George Clooney è il loro tagliatore di teste di gran talento, un commesso viaggiatore della disperazione altrui, che gira l'America in aereo per dedicarsi a quel lavoro sporco: arriva elegante, veloce, bello, ed è come l'angelo della morte. Ma poi c'è la vita, anche del job killer: a 45 anni non ha famiglia, non ha legami, non ha una casa, vive in hotel. Ma i tempi sono grami per tutti... Bravissimo Clooney, stupende Anna Kendrick e Vera Farmiga.

TRA LE NUVOLE
Con
George Clooney
Vera Farmiga
Anna Kendrick
Jason Bateman
Danny McBride
Commedia, durata 109 min.
USA, 2009