IL PROFETA

Il romanzo criminale secondo Audiard
Malik El Djebena ha 19 anni quando viene condannato a sei anni di prigione. Entra con poco o nulla, una banconota ripiegata su se stessa e dei vestiti troppo usurati, che a detta delle guardie non vale la pena di conservare. Quando esce ha un impero e tre macchine pronte a scortare i suoi primi passi. In mezzo c’è il carcere, la protezione offertagli da un mafioso corso, l’omicidio come rito d’iniziazione, l’ampliarsi delle conoscenze e dei traffici, le incursioni in permesso fuori dal carcere, dove gli affari prendono velocità. Ciò avviene all’interno di una prigione, il cinema lo ha già raccontato altrove meglio che qui, per non parlare di come nasce un padrino. Quello che fa Audiard, nel suo film, è prendere il genere per mostrarsi infedele, instaurare con esso un doppio gioco, come fa Malik con il boss corso, stare apparentemente nelle regole ma prendersi la libertà di raccontare anche molto altro. Malik è uno che apprende in fretta. Impara ad uccidere ma, dallo stesso crimine, impara anche che nel carcere c’è una scuola dove possono insegnargli a leggere e a scrivere. Dalla scuola apprende un metodo, grazie al quale impara da autodidatta il dialetto franco-italiano della Corsica: di fatto si procura un’arma, che obbliga il capo a tener conto di lui. Dagli arabi impara a capire cosa vogliono, dai Marsigliesi impara a trattare, da un amico, forse, imparerà a voler bene. I compagni di galera prendono a definirlo un profeta, perché lui è quello che parla, con gli uni e con gli altri, quello che porta i messaggi dentro e fuori, che conosce la gente che può far comodo negli affari. Egli fa grandi cose, insomma; la sua via è tracciata come quella di chi ha una missione. Ancora una storia che ruota nell’universo tanto umano quanto traditore della comunicazione, dunque, dopo quella in cui Vincent Cassel leggeva dalle labbra e quella in cui Romain Duris si affidava alle note. Qui le lingue sono almeno tre, ma è quella silenziosa del sangue che sigla gli accordi, e il potere, in questo codice, è inversamente proporzionale al numero di parole che richiede. La critica di Audiard alla mala educazione del sistema carcerario è evidente, talvolta aspra, talvolta sarcastica (le uscite per “buona condotta”), ma non è tramite la parola che si esprime: la sua lingua è quella della regia, di cui è interprete sicuro e abile. Quello che propone allo spettatore, qui come in tutte le sue opere, è l’immersione completa nel mondo che racconta, la sospensione del pre-giudizio, lo spettacolo della complessità di un personaggio maschile. La pretesa questa volta, però, va oltre l’offerta: nonostante l’ottimo Tahar Rahim, protagonista, Un prophète si dilata oltremodo, prova qualche artificio ma non fino in fondo, sfiora emozioni interessanti che abbandona troppo in fretta, si lascia imprigionare dalla materia che vorrebbe liberare. Un film più maturo dei precedenti, ma meno comunicativo.
Marianna Cappi (mymovies.it)

LA CRITICA

La Francia? È tutta nel carcere di Audiard
di Alberto Crespi,
L'Unità
Lo stato di salute di un cinema - e di un Paese - si valuta anche dalla forza delle auto-rappresentazioni che cinema e Paese danno di sé. Una cultura ha bisogno di affreschi, di metafore: sono gli specchi indispensabili per guardarsi, analizzarsi, capirsi. Se ci pensate un attimo, la metafora dell'Italia più forte che il cinema ci ha dato negli ultimi anni è quella di Gomorra. Che a voler essere pignoli non è nemmeno una metafora, ma una disperante radiografia della realtà. Andando indietro nel tempo, bisogna arrivare - secondo noi - all'Ora di religione di Marco Bellocchio. Altri film, pur bellissimi (come Il divo, come Fortapàsc) , sono più fotografie di singoli momenti che affreschi globali, come poteva essere La dolce vita negli anni '60. La Francia produce metafore di se stessa a getto continuo. E non siamo noi a dirlo. Ieri Jacques Audiard, regista del notevolissimo Un profeta (in concorso), l'ha detto tranquillamente in conferenza stampa: «In questo film la prigione è una metafora della Francia. Con questo non voglio dire che essere liberi o carcerati è la stessa cosa. Voglio dire che in prigione si ricreano, esasperati, i meccanismi sociali, psicologici, etnici, religiosi, di classe che condizionano la nostra vita sociale». Uno vede per 2 ore e mezza la prigione di un profeta, e vede la Francia: qui sta la metafora. La stessa cosa era successa l'anno scorso con La classe di Laurent Cantet: la scuola al posto della galera. Ma uscendo dai confini di Cannes, anche il celeberrimo Giù al Nord è una metafora (giocosa) - della Francia multietnica. La forza del cinema francese è la capacità di creare metafore potenti anche con i generi. Ancora Audiard: «un profeta è un film di genere. Un film carcerario, come Fuga da Alcatraz. Ma anche un western, come L'uomo che uccise Liberty Valance. Non volevo fare un documentario, né un film di denuncia. La metafora sociale sta nei fatti: i personaggi sono musulmani, arabi o africani, la nuova delinquenza - è un fatto statistico, non una dichiarazione razzista, basta entrare per cinque minuti in un carcere francese per rendersene conto; e poi c'è la vecchia mala còrsa, ancora un po' "romantica", come i gangster del Padrino. Mi affascinava molto l'idea di girare un film con molte lingue che si incrociano - arabo, còrso, francese in tutte le sue declinazioni di argot malavitoso - e che diventano barriere, che contribuiscono a separare i gruppi, le culture, le classi». Un profeta è (anche) un romanzo di formazione. Racconta l'università del crimine frequentata da Malik, un ragazzo maghrebino che finisce in carcere a 19 anni. Farebbe una brutta fine se il boss còrso Cesar Luciani non decidesse di «adottarlo». Prima gli commissiona un omicidio: Malik, arabo, può avvicinare un altro arabo che Cesar vuole mono, fingere di cedere alle sue avances e tagliargli la gola (scena terribile, di insostenibile realismo). Poi, praticamente, lo assume come maggiordomo: Malik fa il caffè e pulisce le celle dei còrsi che spadroneggiano in carcere, e stando con loro impara i trucchi, le strategie criminali, il modo davvero «napoleonico» (alternanza di bastone e carota, mettere i sottoposti l'uno contro l'altro...) di gestire il potere. Col tempo, Malik si mette in proprio. Anche se Cesar tenta di tenerlo sotto controllo fino all'ultimo... Un profeta è potentissimo ed è interpretato da due attori, Tahar Rahim e Niels Arestrup, straordinari. È forse troppo «macho» per la giuria di Cannes, ma è un film che non ha bisogno di Palme: il pubblico, voi compresi, lo adorerà.

La prigione scuola di vita e di morte
di Boris Sollazzo,
Liberazione
«Sarebbe una banalità dire che la vita è una prigione. Ma che la prigione sia metafora della vita è evidente: quello che impari dentro, lo utilizzi fuori». Sorride Jacques Audiard dopo aver passato l'esame di una Cannes finora sonnolenta in concorso. Il suo Un prophète (altro colpo della Bim, forse in sala in autunno) è un film ad orologeria, una bella prova di regia, fotografia e scrittura -per parole e immagini- che ha entusiasmato molti critici con i suoi 150 minuti di grande cinema. E lui, il "profeta" del cinema di genere francese, autore di Sulle mie labbra e, soprattutto, del remake di Fingers di James Toback, Tutti i battiti del mio cuore, sa di aver fatto centro con la sua pellicola più bella, matura, completa. «Avevo due grandi nemici: il rischio di uno stile troppo documentaristico e il prison drama all'americana, che con i suoi stereotipi ha segnato questo genere nell'immaginario collettivo». Li sconfigge tutti e due, scrivendo il suo Romanzo criminale tra le quattro mura e le mille porte di un carcere interamente ricostruito sul set, una sorta di stato indipendente in cui le regole le decide il vecchio e paternamente crudele Cesar Luciani (un Niels Arestrup in gran forma), boss della criminalità organizzata corsa che continua a tenere le fila del suo impero anche da dietro le sbarre. Un boss di scorta, l'imperatore è fuori e sempre elegante, e lui, pur servendolo fedelmente in carcere, briga per poterlo spodestare. In questa lotta di potere e sopravvivenza si inserisce Malik (Tahar Rahim, versione maghrebina dell'attore feticcio del cineasta Romani Duris e gran bella scoperta), franco- arabo che a 19 anni finisce in cella per scontarne sei. La sua colpa, non ben identificata, sembra essere un piccolo reato aggravato dall'aver aggredito un poliziotto. Una vittima del sistema, un perdente che al primo approccio con la detenzione si trova incastrato in un ricatto più grande di lui, costretto a uccidere per conto terzi e per non morire. Da qui parte la cavalcata di Audiard e del suo protagonista in una vita infame, in cui questo ragazzo che conserva una perversa innocenza nel sorriso e negli affetti, si fa sempre più efferato e cinico. Intelligente e intraprendente guadagna la fiducia del capo, sarà il suo "postino" nelle giornate di permesso ottenute per buona condotta. Scende agli inferi accompagnato dalla sua prima vittima, che lo ha messo, facendosi ammazzare, sulla cattiva strada e contemporaneamente gli ha indicato anche quella buona, imparare a leggere e scrivere. Audiard piace perché non c'è nulla di etico e moralista nel suo cinema (basta guardare il finale in parata, ironicamente trionfale), si limita a raccontare una storia con una completezza visiva e narrativa che rende la lunga durata assolutamente necessaria, evita gli stereotipi e cerca gli archetipi. E, pregio grande nel nostro cinema assopito, se ne frega del politicamente corretto. «Mi sono documentato e attenuto ai dati sulla popolazione carceraria. Non ho nulla, ovviamente, contro corsi e arabi ». Noir, gangster movie, film carcerario, opera intimista e sociale (vedi i ritratti appena accennati ma illuminanti del "mondo fuori"), è un puzzle che si compone con lenta e puntuale precisione. Tra Scorsese e Gabin, il regista francese, che già molti vedono lanciato verso un premio importante, ci regala un film di altissimo livello e che col tempo lieviterà nella coscienza di spettatori e critici.

Se un carcere diventa lo specchio del mondo
di Fabio Ferzetti,
Il Messaggiero
Un giovane magrebino senza patria né famiglia, solo, analfabeta, inerme, finisce in prigione per una rapina e ne esce sei anni dopo profondamente trasformato. In meglio, qui sta il bello. Anche se questo meglio abbraccia tutte le forme del peggio, perché oltre che a leggere e scrivere Malik impara a essere (o fingersi) servo, ruffiano, confidente, assassino. Rispettando le regole di ogni apprendistato al potere (non solo criminale, sospettiamo): ascolta molto, parla poco, cogli l'attimo, conta solo su te stesso. E non avere riguardi per nessuno perché nessuno ne avrà per te. Il cinema americano lavora da tanto di quel tempo su carceri e criminali che sforna per lo più film di puro genere, del tutto svincolati dalla realtà. In Francia invece il film carcerario è insolito e il tratto di Jacques Audiard (il regista di Sulle mie labbra e Tutti i battiti del mio cuore) così duro, personale, meditato, che Un prophète è un film in tutti i sensi eccezionale, prodigiosamente a cavallo fra realismo e cinema di genere, osservazione e trasfigurazione mitica della realtà. La più potente metafora della società francese (e di molte democrazie europee) vista di recente al cinema con La classe di Cantet (in originale, guardacaso, Entre les murs, "Fra le mura"). Naturalmente non è un caso che per cogliere le lacerazioni di un paese (sociali, politiche, etniche, religiose) ci si debba chiudere in prigione o in un liceo. Ma Audiard dribbla cronachismo e facile sociologia lavorando sui tempi, sui corpi, sulla luce, sui pieni e i vuoti di uno script che alterna a meraviglia azione e scatti visionari, la routine terribile della galera e i delitti compiuti fuori, durante i permessi concessi da autorità imbelli e corrotte. Cavando il meglio dai suoi magnifici attori, in testa il giovane Tahar Rahim cioè Malik; e il maturo Niels Arestrup, l'iracondo e spietato boss còrso che strappa il novellino ai confratelli arabi facendone un sicario e un lacché del suo clan. Senza accorgersi che pian piano il servizievole Malik impara la loro lingua e volge in proprio favore la sua condizione di escluso "totale" (per i magrebini è un traditore, per i còrsi uno sporco arabo). In un crescendo di infamie che segnano ogni volta - ironicamente - un passo in più nell'abominio e insieme una tappa nella sua crescita, fatta di profonda comprensione del mondo e di sé. oltre che di violenza. Romanzo di formazione e epopea criminale, capace di fondere con disinvoltura un insinuante sottotesto mistico (i fantasmi delle vittime, le premonizioni) a raffiche di dettagli rivelatori (il razzismo a 360 gradi, gli intrecci fra droga, integralismo, malavita), Un prophète vale tutti i suoi 150 minuti. Specie per chi voglia godere in originale l'incandescente intreccio di lingue, gerghi, culture con cui Audiard scolpisce la nascita di un vero eroe dei nostri tempi.

In carcere, criminali si diventa
di Valerio Caprara,
Il Mattino
Il genere è quello carcerario, ma grazie all'assoluto controllo di regia «Il profeta» («Un prophète») si staglia sulla terra di nessuno dove il cinema è solo e semplicemente cinema. Proprio come «Gomorra», che non si limitava come hanno recepito alcune categorie di spettatori a esporre fotocopie di realtà, il film di Jacques Audiard (figlio del dialoghista Michel, uno dei padri del cinema francese sconsacrato dalla Nouvelle Vague) ha la forza di ricreare in un romanzo di formazione criminale i meccanismi antropologici, psicologici, culturali, etnici e di classe che condizionano un itinerario individuale contro/dentro/nella collettività. Intanto non c'è bisogno alcuno - ottimo segno - di sviscerare la trama dettaglio per dettaglio perché si penalizzerebbe la sorpresa di scoprire attraverso quali, talvolta insostenibili, sensazioni di terrore, suspense o ripugnanza si verrà condotti a condividere habitat, codici, gerghi, gesti, abiti e persino strategie di potere e sensi di colpa dei maggiori e minori personaggi. Malik entra in carcere a 19 anni, semi analfabeta e privo di legami con l'esterno e nell'interno. Condannato a sei anni, diventa schiavo del boss còrso Cesar Luciani, compie un atroce rito d'iniziazione, impara a giocare d'astuzia per la sopravvivenza, s'imprime nella mente le gerarchie e le divisioni che scandiscono la ferocia del microcosmo darwiniano. Attorno a questo perverso rapporto biblico s'intrecciano con impietosa coerenza i ritratti (dis)umani di un ingranaggio basato sul proseguimento delle attività delinquenziali, il culto della brutalità, l'ambiguo scambio di ruoli con l'autorità penitenziaria, lo scontro mortale tra i clan tradizionali e quelli dei dilaganti «fratelli» musulmani (les barbus, i barbuti). Scontata interamente la pena, l'umiliato maghrebino senza casacca si sarà costruita un'identità del tutto nuova, non lontana da quella investigata dagli epici affreschi dello Scorsese di «Casinò» o del Buscemi di «Animal Factory», che lo spettatore potrà sentire sulla propria pelle senza l'ausilio di trucchi narrativi, teoremi sociologici, indicazioni terapeutiche e qualsivoglia contrappeso di retorica vittimistica, espiatrice o mitizzante. Persino rispetto ai classici americani, «Il profeta» si basa su una maggiore audacia fenomenologica, sul rigore di uno stile ancora più incandescente - a tratti iperrealistico, a tratti simbolistico - e su recitazioni che vanno addirittura ad affiancarsi a quelle mitiche di Pacino, Redford, Newman. Audiard, infatti, grazie all'accanita perfezione del dosaggio tra luci, effetti sonori, scelte d'inquadratura, movimenti di cinepresa e incastri di montaggio può tramandare alla pari, come indelebili (magari nei nostri incubi) protagonisti, tanto l'abbagliante novizio Tahar Rahim quanto il ciclopico veterano Niels Arestrup. Due ore e mezza sono lunghe, ma nel caso de «Il profeta» scandiscono la durata di un capolavoro


IL PROFETA

Un film di Jacques Audiard

Con
Tahar Rahim
Niels Arestrup
Adel Bencherif
Reda Kateb
Hichem Yacoubi

Drammatico, durata 160 min.

Francia, Italia 2009