DEPARTURES

Vincitrice del premio Oscar come miglior film straniero, una storia delicata che riflette sulla morte con coraggio e consapevolezza
Dopo lo scioglimento dell'orchestra, il violoncellista Daigo (Motoki Masahiro) rimane senza lavoro e decide di ritornare al paese d'origine. Assieme alla moglie Mika (Hirosue Ryoko), docile e mansueta come poche, si trasferisce nella sua vecchia casa in campagna alle porte di Yamagata. Qui comincia a cercare lavoro e si imbatte in un annuncio interessante, raggiunge l'agenzia e scopre che i viaggi dell'inserzione non sono vacanze alle Maldive ma dipartite nel mondo dell'aldilà. Titubante all'inizio, si lascia convincere dagli insegnamenti del capo, il becchino Sasaki (Yamazaki Tsutomu), e ritrova il sorriso perso da tempo. Quando la moglie scopre l'identità del suo nuovo mestiere, scappa di casa e lo abbandona solo in paese, dove in molti cominciano a snobbarlo. Ma il destino sta nuovamente per sorprenderlo, costringendolo a fare i conti con il passato, la morte della madre e l'allontanamento precoce del padre, fuggito chissà dove e mai più rivisto. Il rito della deposizione - la cura del nokanshi - è una tradizione giapponese, un modo prezioso per dare l'estremo saluto alla persona deceduta: la pulizia del corpo, il trucco sul viso e la vestizione sono le ultime simboliche carezze fatte alla persona cara, prima di lasciarla andar via per sempre. Quando Daigo legge l'annuncio sul giornale, viene sedotto dalla parola ‘partenze' e crede di candidarsi per un lavoro in un'agenzia di viaggi. In quel gioco equivoco di significati metaforici è racchiuso il segreto del film: la morte è un commiato, più che un semplice passaggio in un mondo altro e sconosciuto. In questo senso, il rito di nokanshi rappresenta la necessità di prepararsi alla dipartita, creando una liturgia laica, utile soprattutto a chi rimane, per impossessarsi dell'ultima delicata riconciliazione con il defunto. I vecchi rancori vengono messi da parte e la voglia di pace trova il giusto spazio e il modo per esprimersi. Il laconico capo Sasaki, interpretato con grande intensità dal raffinato attore Yamazaki Tsutomu, già alle prese con la celebrazione delle esequie in The Funeral di Juzo Itami, scardina la qualificazione macabra e tetra che solitamente accompagna il mestiere di becchino per sostituirla con una cerimonia rispettosa che, in composto e discreto silenzio, dice molto più di lunghe prediche sacerdotali. Il rapporto con un padre assente, l'amore incondizionato per la figura materna e la difesa del valore poetico della vita sono i temi che ritmano il raggiungimento della maturità di Daigo. Il protagonista conosce così i suoi limiti, accetta di non essere un musicista talentuoso, abbandona le vecchie abitudini e scopre un'incredibile vocazione per l'arte della sepoltura. La sua rinascita spirituale supera le convenzioni sociali, e lo mette di fronte alla drammaticità della morte, in un equilibrio di tragedia compassionevole e umorismo grottesco. L'espressività del volto di Daigo, arrabbiato, sereno, disgustato e perplesso, racconta allo spettatore le fasi di accettazione della fine, intesa come corrispondenza di arrivo e partenza. Nicoletta Dose(mymovies.it)

LA CRITICA

Il viaggio dell'addio con dignità e bellezza
di Natalia Aspesi,
La Repubblica
Sconfitti ma non rassegnati, abbattuti da furbe commediole o da giganteschi 3D, alcuni appassionati (ormai in estinzione e sbeffeggiati) di bel cinema, osano: andate a vedere Departures! Quando l' anno scorso vinse l' Oscar al miglior film straniero, battendo opere importanti come l' israeliano Valzer con Bashir e il francese La classe, quei pochi eletti ne sapevano qualcosa, e si pensò a una bizzarria hollywodiana. È vero, è un film giapponese, genere non più di moda dagli anni 70; è vero, i cadaveri sono apprezzati solo nei film horror soprattutto nel ruolo di morti viventi, mentre qui appaiono come defunti reali, al centro del dolore delle persone care, e da noi sarà tutto un toccarsi. Ma quell' Oscar l' ha meritato, come anche il premio dell' audience all' ultimo Far East Film Festival di Udine. L' orchestra sinfonica dove il giovane Daigo suona il violoncello viene sciolta e lui è costretto a tornare con l' amata moglie Mika nella cittadina natale, che gli ricorda il dolore infantile per l' abbandono del padre. Daigo risponde all' inserzione di un' agenzia che cerca "accompagnatori", ma si tratta di un turismo particolare, l' ultimo viaggio oltre i cancelli della vita, e l' accompagnatore è colui che officia un rito laico sul corpo del defunto, prima di deporlo nella bara e cremarlo. È uno strano spettacolo di grazia struggente, di amorevole cura e rispetto, di gesti rapidi, espertie affettuosi, che danno alla morte, sempre chiamata viaggio, non l' idea di fine ma di passaggio, di continuità con la vita. Non ha nulla del funerale religioso ed avviene in luoghi pieni di luce, di fiori e broccati bianchi. L' abilità dell' "accompagnatore" è quella di svestire, lavare, comporre, rivestire con un ricco chimono il corpo, senza mostrarne a chi assiste neppure un centimetro di pelle. Alla sua prima volta come officiante, Daigo, lavando il corpo di una bella ragazza suicida, tocca all' inguine qualcosa di imprevisto: ai genitori disperati chiede, volete che la trucchi da donna o da uomo? Da donna, risponde il padre finalmente riconciliato con quel figlio perduto. Dapprima nauseato (il primo cadavere che avvicina è quello di una vecchia morta due settimane prima), a poco a poco Daigo è preso dall' armonia di quegli addii cui è lui, con la sua abilità gentile, a dare dignità e bellezza. Il mestiere però è impuro, gli amici non lo salutano più, la moglie lo lascia. Poi tutto poi si ricompone in un nuovo viaggio d' addio che ripara ogni ferita del passato. Il regista, di cui nulla so, è Yojiro Takita, gli attori, attraenti, hanno nomi che non si ricordano, si resta incantati e commossi da questa visione poetica e lieve della morte, dal rispetto delle tradizioni che rendono sontuosa la modernità, e dai tanti inchini e modi cortesi che sono stati cancellati dal nostro modo di vivere.

Una morte serena
di Alberto Crespi,
L'Unità
Il titolo significa, né più né meno, «decessi». Dipartite. Morti. Si poteva forse tradurlo dall'inglese, visto che il film è giapponese e si intitola, in originale, Okuribito. Ma non importa. Importa molto, invece, che questo notevole film esca in Italia per iniziativa del Cec di Udine e di Cinemazero di Pordenone che da anni organizzano in Friuli l'imprescindibile FarEastFestival, dove il film è passato. Departures ha vinto l'Oscar 2008 come miglior film straniero, davanti al super favorito israeliano Valzer con Bashir. È un film che parla di morte in modo sereno. Il protagonista è un violoncellista che, licenziato da un'orchestra di Tokyo, trova lavoro in provincia come nokanshi, antica e toccante professione che consiste nell'«acconciare» i cadaveri prima della sepoltura. Tanti sono i temi che il film propone: il contrasto città/ provincia e modernità/tradizione, l'accettazione della morte come estremo momento della vita, l'essenzialità del Rito nella cultura giapponese. Non senza momenti ironici, che gli hanno valso in patria un incasso pari a oltre 60 milioni di dollari. Vi sorprenderà.

Dal Giappone, cadaveri da Oscar
di Fabio Ferzetti,
Il Messaggiero
Giovane violoncellista rimasto senza lavoro trova impiego in quella che crede un'agenzia turistica. E si ritrova a lavare, vestire, truccare, massaggiare salme prima dell'ultimo viaggio. È il soggetto di Departures, Oscar per il film straniero lo scorso anno, distribuito dalla nuovissima Tucker (benvenuta!). Detta così sembra macabro e prosaico. Invece il mestiere che tocca in sorte al protagonista incrocia una nobile ancorché ingrata forma di artigianato (servono mani sensibili) a un rito religioso, il nokan (qui, come in molte pratiche buddhiste, conta la disponibilità interiore). Alla cerimonia, sempre toccante (le scene di preparazione dei defunti sono senz'altro la parte migliore del film), assistono infatti parenti e amici. Ma non sono solo le loro diverse reazioni, i rapporti col defunto o la difficoltà sociale di accettare quel lavoro, a fornire al regista Yojiro Takita una trama non imprevedibile. Qua e là appannato dall'ansia di alleggerire, il film convince e commuove quando prende il suo soggetto alla lettera: cosa fare di un corpo morto? Come amare e celebrare chi ci ha lasciato ma è ancora fra noi? Conviene ricordare che il nokan, così inadatto ai nostri tempi, è quasi sparito anche in Giappone. Departures, bel paradosso, ne celebra in certo modo il funerale. Con molta grazia.

Delizioso film giapponese
di Paola Casella,
Europa
L'anno scorso ha sbaragliato, a sorpresa, La classe e Valzer con Bashir vincendo l'Oscar come miglior film straniero, e finalmente arriva anche sui nostri schermi questo delizioso film giapponese che tratta il tema della morte con una franchezza e una delicatezza insospettabili. Il protagonista è un violoncellista che, dopo aver perso il lavoro, si ricicla (e scopre la sua vera vocazione) come "preparatore di defunti" per il loro ultimo viaggio. Niente di macabro, ma un inno alla compenetrazione fra vita e morte in un'epoca in cui la dipartita finale viene nascosta e negata, perché ci segnala i nostri limiti e ci ricorda i nostri doveri terreni. Departures è anche un inno alla ricomposizione, a un perdono che non neghi ma accolga le nostre colpe restituendoci un'identità intera, non smembrata in mille frammenti contrapposti. E il protagonista, lo straordinario Masahiro Motoki, è una figura maschile della quale si sente molto il bisogno nella contemporaneità: determinato ma gentile, dolce ma non sdolcinato, passionale ma non manovrato dalla violenza delle sue passioni. In sala, alla fine del film, non c'era un solo occhio, soprattutto maschile, asciutto.


DEPARTURES

Un film di Yojiro Takita

Con
Masahiro Motoki
Ryoko Hirosue
Tsutomu Yamazaki
Kazuko Yoshiyuki
Takashi Sasano

Drammatico, durata 130 min.

Giappone, 2008