COSA VOGLIO DI PIU'

Soldini esplora i movimenti sismici del cuore, riuscendo a registrare le scosse dirompenti e i più piccoli sussulti
Anna ha una vita come tante altre. Ha un buon lavoro in cui è apprezzata e ha un compagno da qualche anno, Alessio, che l'ama e con cui conduce un menage tranquillo al punto di poter accarezzare l'idea di smettere di prendere la pillola e avere un figlio. Un giorno però a una festa incontra un cameriere, Domenico. Lo rivede perché è venuto a recuperare un coltello dimenticato e da quel momento per entrambi il desiderio non è più contenibile. Domenico è sposato e ha due figli piccoli. Non c'è un posto in cui i due possano incontrarsi liberamente e allora la scelta obbligata diventa il motel. Per due ore, la sera del mercoledì quando lui dovrebbe essere in piscina per un corso da subacqueo. Fare equilibrio tra passione e vita di tutti i giorni non è però un'impresa facile. Silvio Soldini torna ad affrontare il tema delle relazioni uomo-donna con coerenza anche se apparentemente ribaltando la prospettiva rispetto al precedente Giorni e nuvole . In quel caso il contesto economico–sociale era evidenziato sin dall'inizio con la perdita del lavoro mentre qui emerge pian piano. L'amore al calor bianco che travolge Anna e Domenico (e con loro, anche se in maniere diverse, anche i reciproci contesti familiari) non interessa al regista e agli sceneggiatori di per sé (sarebbe una storia già ultra nota) ma contestualizzato in un mondo in cui le certezze di un tempo sono state messe profondamente in crisi. Anna e Domenico non possono astrarsene nel loro rifugio con specchi del motel. I corpi che si sono donati reciproco piacere credendo di poter chiudere il mondo fuori in realtà lo hanno portato con sé (e lo faranno anche se lontani fisicamente da quella Milano in cui Soldini torna a girare dopo lunga assenza). La macchina da presa li segue e li comprende così come comprende Alessio nella sua tenace difesa del rapporto con Anna barricato dietro un quieto e determinato non voler sapere. Comprende anche Miriam, la moglie di Domenico, incapace invece di chiudere gli occhi dinanzi all'evidenza e in costante, quotidiana lotta contro la precarietà economica. E' uno sguardo in ricerca quello di Soldini e il suo cinema si rivela, come un sismografo dei sentimenti, capace di registrare le scosse dirompenti così come i più piccoli sussulti, magari provocati da un rumore fuori campo. Perché fare del bene a se stessi, come Anna e Domenico vorrebbero, senza fare del male agli altri (ciò che si desidererebbe restasse fuori campo) è una delle imprese più difficili da compiere.
Giancarlo Zappoli (mymovies.it)

LA CRITICA

La ricerca della felicità
di Paola Casella,
Europa
Da quando ci è sparito il venerdì? No, non stiamo parlando della nostra sanità mentale, anche se alla fine è quella che è messa a dura prova. Stiamo parlando del fatto che i nostri weekend di italiani medi si sono accorciati per motivi strettamente economici, e dunque scappare dalla città per il fine settimana significa oggi «partenza il sabato mattina e rientro la domenica sera», come dicono due dei personaggi di Cosa voglio di più, il nuovo film di Silvio Soldini presentato come evento speciale al Festival di Berlino e da ieri nelle sale italiane. Perché due notti fuori sono troppo costose, per una coppia o peggio ancora una famiglia, e allora il venerdì sera si sta a casa, magari a preparare i panini per il viaggio del giorno dopo. È questo il tipo di dettaglio che differenzia Cosa voglio di più da una trita storia di passione, quella fra l'impiegata Anna (Alba Rohrwacher) e il tuttofare Domenico (Pierfrancesco Favino), entrambi già in coppia, lui anche con due figli piccoli, che si incontrano, si invadono le vite e consumano la loro storia fra bugie e sotterfugi. Niente di nuovo sotto il sole, la differenza la fanno però i soldi: «Sempre di quelli si finisce a parlare», lamenta lei. «Per forza», dice lui, perché mancano a entrambi, come mancano a (quasi) tutti, in questa Italia della crisi negata. Ma non è solo la mancanza di soldi a smorzare i colori alla storia di Anna e Domenico. È anche la mancanza di speranza, di capacità di progettare un futuro diverso. È la frustrazione nel "volere qualcosa di più", come dice il titolo, e non andarselo a prendere, se non di sfuggita e di nascosto. La sensazione è che non si parli solo di due individui, ma di una nazione, che si descriva un clima che circonda tutti noi. E viene subito in mente il paragone con la filmografia passata dello stesso Soldini: soprattutto con quel Pane e tulipani del già lontano 1999 che vedeva protagonista una donna sposata e con figli pronta a seguire le sue passioni con ottimismo, persino con una punta di incoscienza, e soprattutto senza sensi di colpa. Il titolo di quel film parafrasava il "vogliamo il pane, ma anche le rose" che ripetevano le operaie del Massachusetts nel lontanissimo 1912 citando Rosa Luxemburg e che è diventato anche il titolo di un film di Ken Loach – curioso, perché Soldini, da cantore delle solitudini e dell'alienazione dell'epoca moderna, sta diventando il Ken Loach italiano, prima con i disoccupati di Giorni e nuvole e ora con i precari di Cosa voglio di più, che fin dal titolo sembrano non meritarsi niente di meglio di quello che hanno, abituati come sono ad accontentarsi, a restringersi dentro confini sempre più angusti. Ma, come dice Stefano Benni, prima o poi l'amore arriva, e ti catapulta fuori da quei confini, rendendo impossibile rientrarci – emotivamente, si intende, perché la realtà contemporanea, almeno quella italiana, sembra fare di tutto per farci stare "bboni, bbonini", come direbbe Costanzo (con un'eco del nome della candidata perdente alle ultime regionali del Lazio). È allora che ci accorgiamo che la nostra casa è sempre più spesso arredata da mobili componibili per i quali, come dice Giuseppe Battiston, il personaggio più commovente del film, «non ci sono neanche le viti», costruendoci intorno (anzi, costringendoci a costruircele da soli) esistenze precarie, perennemente scomponibili, concepite per la breve durata. Questa è un'epoca in cui gli uomini, simbolicamente evirati dalla precarietà lavorativa, si ammazzano di fatica mentre le loro donne vorrebbero solo che «ci fossero» (per esempio alla nascita di un figlio), in cui ci si consuma (noi "consumatori") inseguendo le offerte del supermercato, in cui una divorziata quarantenne è costretta a tornare a vivere con i genitori. In questo contesto la vitalità del sesso, troppo a lungo compressa (in una scatola dell'Ikea, probabilmente), che «non si immaginava così violenta», che è dolorosa, egoista e sfacciata perché "vuole di più" in un'epoca in cui farlo pare un'eresia, genera un vortice di distruzione: non la distruzione dell'ordine costituito e del perbenismo borghese, come in un melodramma anni Cinquanta, ma il disvelamento doloroso di una generalizzata cattività, della privazione graduale e inesorabile delle libertà, a cominciare da quelle "garantite" dalla Costituzione (anche se la nostra non arriva a difendere il diritto alla ricerca della felicità). E se ci si abituata a rinunciare a tutto, dalla partenza del venerdì all'amore non inscatolato, si corre il rischio di implodere, come individui ma anche come società.

La passione in tempo di crisi
di Alberto Crespi,
L'Unità
Cosa voglio di più, hai ragione tu... voglio Aaaaanna! Così cantava Lucio Battisti, parole di Mogol, in un'Italia di tanti anni fa. Era una della canzoni per cui Battisti & Mogol vennero accusati di maschilismo (c'erano i famosi versi «la mattina c'è chi mi prepara il caffè / e la sera c'è chi non sa dirmi no / questo io lo so...»). Oggi le categorie di maschilismo e femminismo sembrano essersi spappolate nel crollo delle ideologie, e in fondo anche di questo parla Cosa voglio di più, nuovo stranissimo bellissimo film di Silvio Soldini. Un film che, volendo ridurre tutto a slogan, racconta l'adulterio ai tempi della crisi - ma anche la passione in un'epoca dove tutte le passioni sono sopite, per i motivi post-ideologici di cui sopra. Insomma, un film dove c'è molta più roba di quanto appaia a prima vista, a riprova che i corpi nudi avvinti nel sesso, quando dietro c'è l'occhio e la mente di un artista, sono la metafora più potente di tutto ciò che cova sotto la pelle dei corpi medesimi. Altro che pornografia! Alba Rohrwacher è Anna (un nome a caso!), Pierfrancesco Favino è Domenico. Vivono a Milano, anzi, in quell'immenso non-luogo che è l'hinterland milanese. Anna è sposata con Alessio (Giuseppe Battiston): lavorano entrambi, vivono discretamente, sono abbastanza felici, stanno pensando di avere finalmente un figlio. Domenico è sposato con Miriam (Teresa Saponangelo): hanno due figli, lui lavora nel settore della ristorazione e ha qualche problema economico, l'incertezza di chi vorrebbe mettersi in proprio ma ha paura del grande salto nel precariato. Sono, anche loro, abbastanza felici. E forse il problema è tutto in quell'avverbio: abbastanza. ESPLODE IL DESIDERIO In una vita «abbastanza», Anna e Domenico si incontrano quando lui organizza il catering per un party nell'ufficio di lei. Esplode il desiderio, si saltano letteralmente addosso l'un l'altra. Poi, siccome rischiano di farsi beccare (l'ufficio è vuoto ma una collega di Anna rientra all'improvviso), si fermano, riflettono un attimo, si sentono al telefonino: è stato un attimo di follia, siamo sposati, lasciamo perdere. Ma già il giorno dopo si risentono: no, non lasciamo perdere. E inizia per entrambi un periodo di bugie e di trucchi estenuanti per non farsi scoprire dai rispettivi coniugi, aggravato dal fatto che andare in motel - pare ce ne siano un sacco, intorno a Milano, e sempre affollati - costa e nessuno dei due nuota nell'oro. Sì, di questi tempi anche l'adulterio è diventato di classe, bisogna poterselo permettere. È uno dei temi del film, ma non quello centrale. Il cuore di Cosa voglio di più è la scossa elettrica che ti sconvolge senza preavviso, la passione che ti coglie senza bisogno che, prima, ci siano la solitudine, il dolore, lo spleen. Una passione senza perché, che si sparge in un contesto - palazzoni di periferia, tratti di tangenziale, motel anonimi con le stanze leopardate - dove sembrerebbe essere impossibile. Si dice che l'artista è colui che vede cose che gli altri non vedono. Se è così, Silvio Soldini è un artista, perché ha trovato una storia d'amore dove nessuno se la sarebbe aspettata. E l'ha raccontata nell'unico modo possibile: tono neutro, freddo; fotografia realistica, quasi «assente» (di Ramiro Civita, argentino portato in Italia da Marco Bechis: ci voleva uno straniero per vedere Milano così). Qualche tempo fa Mario Monicelli, licenziando Le rose del deserto, disse orgogliosamente di essere finalmente riuscito, a 90 anni e passa, a girare un film «senza stile». Soldini, che a inizio carriera è stato uno stilista raffinatissimo, sembra aver ottenuto lo stesso risultato poco oltre i 50. Ci sembra un risultato straordinario. Gli attori sono bravissimi, e ci sembra giusto segnalare che Alba Rohrwacher, al di là delle scene di nudo, opera su se stessa un cambiamento di immagine e di tecnica recitativa veramente eroico.

Il costo dell'amore che si apre alla vita
di Silvio Danese,
Quotidiano Nazionale
Ci vogliono occhio e cuore per prendere le misure giuste a un amore, gli spazi, gli oggetti, i tempi, la carne e gli sguardi. Ma anche i confini del "contratto sociale". Ci sono anche quelli. La libertà di andare oltre un adulterio e formare una nuova coppia, in quale misura è subordinata al portafogli? Qual è, oggi, il costo dell'amore? Il mondo chiuso di ogni passione ha una scadenza. Quando si apre, c'è la vita. Con una sceneggiatura approfondita fino ai «ritagli di dettagli» (di Doriana Leondeff, Angelo Carboni), inappropriata nel finale, ben centrata sul corpo degli attori, Soldini ci accompagna a riscrivere esperienze di relazione amorosa note, sempre rischiose da rivisitare, tra sms e pause pranzo, motel, ripensamenti e crisi di astinenza... Impiegati, sposati, lei senza figli, lui sì, Anna e Domenico, con i rispettivi coniugi, cercano di star fuori dall'elenco degli amanti senza domani del cinema italiano, da Antonioni a Bertolucci. Si sporcano le mani. Viene in mente semmai Dino Risi. Prova d'altura per Favino e Rohrwacher.


COSA VOGLIO DI PIU'

Un film di Silvio Soldini

Con
Alba Rohrwacher
Pierfrancesco Favino
Giuseppe Battiston
Teresa Saponangelo
Monica Nappo

Commedia, durata 126 min.

Italia, Svizzera, 2010