BRIGHT STAR

Jane Campion riflette sul potere creativo del sentimento amoroso
1818. Il ventitreenne John Keats e la sua vicina di casa Fanny Brawne si conoscono, grazie all'interesse della ragazza per le sue poesie, si frequentano, si scrivono, si fidanzano, nonostante le condizioni economiche disperate del poeta. Minato dalla tubercolosi, Keats si vede costretto a partire per l'Italia, dove il clima è migliore e dove troverà la morte, nel febbraio del 1821. Bright Star racconta l'inabissamento amoroso sottolineandone il parallelo con la dissoluzione fisica del poeta, ma sceglie il punto di vista di Fanny Brawne per narrare innanzitutto un nuovo personaggio femminile, la cui esuberanza intellettuale è mitigata da una crudele coscienza di ciò che le sta accadendo e si risolve in un'accettazione che è remotissimo eco di quella che fu di Isabel Archer, la stella più luminosa del firmamento di Jane Campion. Lungi dall'essere un pretesto per evitare la formula più comune di biopic, perciò, l'adozione dello sguardo di Fanny, che incontra Keats subito dopo la pubblicazione di Endymion e lo perde dopo avergli ispirato le liriche che lo faranno amare dal mondo, è il modo in cui la regista, col sorrisetto sulle labbra, riflette sul potere creativo del sentimento amoroso. Instaurando un triangolo tra Keats, l'amico Brown, che lo vorrebbe al riparo dall'influenza femminile, protetto dai classici, e Fanny, che ad ogni apparizione distrae e confonde, la Campion racconta come l'infiltrarsi di una musa, con tutti i limiti del suo agire, nel mondo libero e ozioso degli uomini abbia strappato Keats all'accademia e permesso l'estensione del romanticismo al di là della pagina, nella vita, e dunque, per affinità di cose, nel cinema. Tra gli interstizi di un rituale quotidiano allegramente rigido, fatto di lezioni di danza nel salotto di casa, di passeggiate e danze e ruoli precisi, tra le mura stesse della casa, dove regna l'ordine e la cura, irrompe la vertigine che il poeta domanda e suscita; il desiderio di un per sempre, che nella vicenda di Keats passa dal verbo alla carne e trova l'eternità. Quando si àncora alla normalità dello scambio amoroso, quando si affida ad Abbie Cornish e alla credibilità della sua interpretazione, il film si toglie il costume e tocca i suoi vertici, ma la tentazione di obbedire alla richiesta di confezionare “a thing of beauty” è spesso irresistibile e talvolta lo affonda nella maniera.
Marianna Cappi(mymovies.it)

LA CRITICA

Un film che ha al centro la grandezza della poesia
di Natalia Aspesi,
La Repubblica
In tempi d' intrattenimento volgare, può sembrare un atto di coraggio sconsiderato fare un film che ha al centro la grandezza della poesia; ma chissà che non ne nasca una virtuosa tendenza. Si riscopre il poeta romantico inglese John Keats, in Italia nel bel libro Vite congetturali di Fleur Jaeggy, qui a Cannes nel film della neozelandese Jane Campion, Bright star, che con esaltante dolcezza e incanto davvero poetico, evitando le noie delle biografie, racconta gli ultimi due anni di vita del giovane Keats, vissuti nella passione contraccambiata per la coetanea Fanny Browne. Jane Campion è la sola donna regista ad aver vinto una Palma d' oro, nel 1992, con Lezioni di piano, e in ogni suo film c' è sempre al centro un' eroina in lotta con le convenzioni sociali e ansiosa d' amore. Qui, tra immagini meravigliose di interni di belle case Regency e immensi campi fioriti alla periferia di Londra, all' inizio pare che stia per svolgersi una battaglia femminista tra poesia e ricamo, essendo la poesia un' arte maschile e il ricamo, allora, il solo modo di esprimersi del talento femminile. Per fortuna non è così. Siamo nel 1818, Keats (Ben Wishaw) ha 23 anni, è orfano e senza un penny, sua madre è morta di tisi, di tisi sta morendo il fratello Tom, e anche lui sputa sangue; le sue poesie, così immaginifiche e malinconiche esasperano i critici ma commuovono la vicina Fanny (Abbie Cornish) molto carina anche se deturpata dalla moda d' epoca, bruttissima, con cuffiette in casa e cappelloni a megafono fuori, vita alta e gonne sopra le caviglie. L' amore è infuocato perché casto, e tra i tanti film dove in totale nudità si geme e ci si divora e ci si penetra dappertutto e fin troppo, questa passione tra corpi completamente abbigliati e distanti, quegli sguardi di luce che fanno arrossire, quello sfiorarsi le guance con un' intimorita carezza, quelle attese di cui pare di sentire i battiti del cuore, quei baci sulla bocca come tra due bambini, risultano essere per ora, il solo momento veramente erotico del Festival. Senza televisione, si capisce che allora sì ci si divertiva davvero in compagnia: pranzi e danze, concerti e cantate in casa, lettura di poesie, corteggiamenti muti. O fruttuosi, mettendo incinta la cameriera, come fa l' amico e protettore di Keats, Charles Brown, (Paul Schneider) che forse ama in silenzio Fanny e forse la detesta perché distrae il poeta dalla sua arte; anche se invece i suoi versi più belli, come Ode to a nightingale sono ispirati da lei. Allora era ovvio che una ragazza di buona famiglia non sposasse uno senza soldi, né cedesse al desiderio: quando lui, a spese degli amici tra cui Shelley, parte per l' Italia per curare la tisi, lei non lo può seguire. Le lettere di lei sono andate perdute, quelle di lui sono tra le più belle missive d' amore mai scritte da un uomo. «Qui giace uno il cui nome fu scritto sull' acqua» è l' epigrafe sulla tomba romana del poeta morto a 25 anni, nel febbraio del 1821. Fanny si cuce un vestito tutto nero, da vedova, ma poi, e questo il film non lo dice, pochi anni dopo si sposerà, avrà tre figli, e morirà a 65 anni.

Voce di Fanny, voce d'amore
di Alberto Crespi,
L'Unità
Jane Campion è nata a Wellington, Nuova Zelanda, il 30 aprile del 1954: e non si dovrebbe mai dimenticare che la Nuova Zelanda è il primo paese al mondo nel quale le donne hanno ottenuto il diritto di voto. Jane Campion non è necessariamente una femminista, ma poco più di un anno fa, al festival di Cannes (che rimane l'unica donna ad aver vinto, con Lezioni di piano), rispondeva così alla domanda sul tema: «Penso non si possa essere donne senza essere un po' femministe, ma penso anche che siamo tutti umani, che gli uomini hanno lati femminili – e meno male! – e noi donne abbiamo lati maschili. Io, ad esempio, ho dovuto costruirmi una corazza da maschio a inizio carriera, per sopportare certe critiche feroci ai miei primi film. Le donne hanno fatto grandi progressi nel cinema, ma vorrei vedere più registe donne. In fondo siam più della metà degli esseri umani, e li diamo alla luce tutti quanti!». Tutto ineccepibile, e coerente con il film che Jane presentava in concorso sulla Croisette nel maggio del 2009: Bright Star, dedicato alla storia d'amore fra il poeta John Keats e la giovane Fanny Brawne. Una storia sulla quale abbiamo libri e testimonianze, ma solo una «voce»: la voce di Keats, uomo che con le parole ci sapeva fare e che scrisse a Fanny lettere bellissime che lei, dopo la sua morte, conservò a lungo. Paradossalmente Jane Campion, scrivendo il film, ha dovuto rovesciare il punto di vista e inventare una seconda «voce» che, almeno per iscritto, non ci è giunta: quella di Fanny. Il film, infatti, non è la storia di John Keats: è la storia di come Fanny Brawne si innamora di John Keats e della sua poesia. Ma non crediate che si tratti della solita storiella romantica sulla fanciulla sognatrice infatuata del poeta: Bright Star è anche il confronto fra due creatività, perché Fanny Brawne è una stilista del suo tempo – Inghilterra, primo Ottocento – e adora inventare cappelli e vestiti. Non a caso il film si apre con un'immagine che forse solo l'occhio di una donna regista poteva concepire, il primissimo piano di un ago che penetra una stoffa bianca, e finisce con un'immagine speculare, un altro ago che cuce una stoffa nera. Fra i due aghi, passano anni e irrompe la morte, perché John Keats muore a Roma, a soli 26 anni, il 23 febbraio del 1821. Fanny gli sopravvive portando per tre anni il lutto, pur non essendo i due sposati: «All'epoca – è sempre Jane Campion a parlare – le donne cucivano e aspettavano, aspettavano e cucivano. Eppure il cucito, nel film, è la parte creativa di Fanny, e diventa lo strumento per raccontare Keats attraverso lei». PUNTI DI VISTA Il punto di vista femminile è ciò che salva Bright Star dalla convenzione del «film in costume sull'Inghilterra dell'Ottocento», un vero e proprio sottogenere che in passato ha regalato pochi capolavori e molti film oleografici. Jane Campion ci aveva provato nel 1996 con Ritratto di signora , ma la nobiltà della fonte letteraria (Henry James) l'aveva forse bloccata. Portando la figura del «grande scrittore» davanti alla macchina da presa, si è come liberata dell'ingombro della trama e ha raccontato un tema che le è caro, il turbamento emotivo che un uso sapiente della parola scritta può suscitare in un lettore – o una lettrice: un tema romantico, certo, ma anche fortemente fisico, intimo, che Jane Campion aveva già analizzato in Lezioni di piano usando la musica come grimaldello narrativo. Bright Star non è di quel livello, ma è sicuramente un film molto sentito, il migliore della Campion da svariati anni a questa parte. Alla buona riuscita concorre l'azzeccata scelta dei protagonisti Abbie Cornish e Ben Whishaw, che dopo la prima cannense del film non hanno smesso un attimo di lavorare e sono destinati a un futuro da star, mentre Kerry Fox, che nel 1990 era la conturbante Janet Frame di Un angelo alla mia tavola, ha vent'anni dopo l'età giusta per interpretare la madre di Fanny.

Keats e Jane Campion due poeti, un gran film
di Fabio Ferzetti,
Il Messaggiero
Il bello dei grandi registi è che reggono nel tempo: possono sbagliare un film ma prima o poi tornano in sella con un lavoro che lascia senza fiato per coraggio, precisione, emozione. È il caso di Jane Campion che firma con Bright Star il suo film migliore insieme a Sweetie e Un angelo alla mia tavola e non era una scommessa vinta in partenza. Trattandosi del casto, assoluto, infelicissimo amore fra il grande e squattrinato poeta inglese John Keats, destinato a morire 25enne di tisi nel 1821, e la sua vicina di casa Fanny Brawne, giovinetta di buona famiglia e cattivo carattere, appassionata di moda e cucito quanto Keats lo è di letteratura e poesia, era facile infatti cadere nel "poetico" o nel decorativo come tanto pessimo cinema in costume. Jane Campion invece ci dà un film formidabile fin dalla scena inaugurale - quell'ago che cuce in primo piano, ambasciatore di purezza, fragilità, attenzione, piacere, dolore - e così emozionante da mettere a disagio. Come se un bel film d'amore ci scoprisse di colpo disarmati, privi del vocabolario e degli strumenti per affrontare il sentimento più naturale (e abusato) che vi sia. Eppure non c'è trucco. La bellezza del film sta nelle ambientazioni in miracoloso equilibrio fra precisione storica e forza metaforica. Nella semplicità (apparente) con cui ogni impennata verso il sublime è riportata a terra da un dettaglio insieme poetico e materiale. E naturalmente nell'estrema accuratezza con cui sono tratteggiati insieme epoca (usi, mentalità, occupazioni, aspettative, privilegi) e personaggi, dal primo all'ultimo. Non solo dunque i portentosi Ben Wishaw e Abbie Cornish, il giovane poeta dalla salute incerta e l'animo ulcerato («Non sono sicuro di nutrire i sentimenti richiesti verso le donne») e la sua amica prima diffidente poi così intimamente legata a lui da soffrire ogni minima assenza, ma anche i comprimari. La famiglia di lei, madre, fratellino e sorellina, testimoni e spesso complici di quell'amore che cresce circondato da una natura incantevole (anche qui nessun estetismo, in Bright Star ogni inquadratura, ogni albero, ogni prato fiorito segue una segreta, ferrea, gioiosa logica musicale). E l'amico e padrone di casa di Keats, compagno di scrittura e guardiano del suo talento, il grezzo, agiato, materiale (ma mai odioso!) Mr. Brown, perfetto contraltare alla purezza quasi soffocante di quell'amore mai consumato. Con qualche inciampo nella seconda parte, troppo debitrice alle citazioni letterarie, riscattato da una capacità di rendere tutto caldo, vivo, presente, che assegna a Bright Star un posto pressoché unico nel cinema di oggi. Un film d'amore moderno senza essere modernista, sapiente ma mai scostante, nutrito di verità storica senza però esserne schiavo. Una ballata, dice la Campion. Forse un modello.

Un amore da poesia
di Lietta Tornabuoni,
La Stampa
Un film d'amore perfetto, bello come una poesia e commovente come una canzone, è la nuova opera della geniale Jane Campion. Bright Star (il titolo è l'inizio di un poema amoroso, «Stella lucente») è la storia della passione casta e sensuale, romantica e intensa, del giovane inglese John Keats e della sua vicina di casa Fanny Browne. Era il 1818, a Londra e nelle campagne circostanti. Lui aveva ventitrè anni, lei diciannove. Lui era poeta, lei una borghese che imparava le tecniche del cucito e lo stile della moda. Lui, senza un soldo, fratello d'un ragazzo malatissimo, mantenuto da un amico che lo ammirava, non avrebbe mai potuto sposarla: nella società dell'epoca, il loro amore appassionato era impossibile. Arrivati all'ossessione romantica, dovettero separarsi: lui, malato di tubercolosi, andò a passare l'inverno 1820 nel clima mite di Roma («Dubito che ci rivedremo su questa terra»), dove morì nel febbraio del 1821 a ventisei anni. Lei come una vedova portò il lutto per tre anni, passando ore nella propria stanza a rileggere le lettere d'amore di lui; più tardi, nel 1833, si sposò, ebbe due figli. Non tolse mai l'anello che Keats le aveva dato. La storia di dolore, di bellezza e di innocenza, raccontata in maniera meravigliosa, aiuta a ricordare cosa davvero possa essere l'amore, così diverso dal sentimento egocentrico e narcisista a cui siamo ora spesso abituati. Sono bellissimi la delicatezza, l'intensità d'amore, i piccoli baci e le carezze leggere che gli innamorati si scambiano, le loro infinite invenzioni per vedersi e sentirsi vicini. La musica come la Natura sembrano volersi armonizzare alla coppia. Lo stile asciutto, rapido come in un film del Duemila, corrisponde magnificamente alla giovinezza ricca di slanci dei due protagonisti; le inquadrature sono affascinanti come bei quadri e come l'estetica romantica della vicenda; i due giovani attori inglesi, schietti ed entusiasti, sono bravissimi. Jane Campion ha un'invenzione narrativa molto raffinata: l'intera storia appare vissuta dal personaggio meno celebre, la ragazza, ostinata e forte come tante personalità femminili dei suoi film. Bright Star, tragico e tenero, è una completa riuscita.


BRIGHT STAR

Un film di Jane Campion

Con
Abbie Cornish
Ben Whishaw
Paul Schneider
Kerry Fox
Edie Martin

Drammatico, durata 120 min.

Gran Bretagna, Australia, Francia, 2009