BASTARDI SENZA GLORIA

Tarantino riscrive la Storia raccontando un attentato a Hitler collocato nell'unico luogo per lui possibile: un cinema
Primo anno dell'occupazione tedesca in Francia. Il Colonnello delle SS Hans Landa, dopo un lungo e mellifluo interrogatorio, decima l'ultima famiglia ebrea sopravvissuta in una località di campagna. La giovane Shosanna riesce però a fuggire. Diventerà proprietaria di una sala cinematografica in cui confluirà un doppio tentativo di eliminare tutte le alte sfere del nazismo, Hitler compreso. Infatti, al piano messo in atto artigianalmente dalla ragazza se ne somma uno più complesso. Ad organizzarlo è un gruppo di ebrei americani guidati dal tenente Aldo Raine i quali non si fermano dinanzi a niente pur di far pagare ai nazisti le loro colpe. Quentin Tarantino colpisce ancora. La sua passione per il cinema di genere, unita al piacere di raccontare storie, lo porta a riscrivere la Storia ufficiale con un attentato a Hitler collocato nell'unico luogo in cui il regista americano può pensare si possa attuare una giustizia degna di questo nome: una sala cinematografica. È solo al cinema che i cattivi muiono quando devono e gli eroi si sacrificano o trionfano. È cinema puro quello che Tarantino porta sullo schermo, come biglietto da visita di Bastardi senza gloria nella prima mezzora. I tempi, i dialoghi, la tensione, l'ironia giocata sul versante delle lingue differenti (elemento che sarà il fil rouge di tutto il film) ne fanno un piccolo/grande gioiello i cui riferimenti vanno ampiamente al di là dei referenti classici dichiarati quali Sergio Leone e lo spaghetti western. Il film nel suo complesso non manca di qualche momento statico che fa sentire il peso della sua lunga durata. Grazie però alla straordinaria prestazione di tutto il cast ma in particolare a quella di Christoph Waltz (attore austriaco semisconosciuto da noi a riprova che, al di là dei proclami sulla circolazione delle idee, conosciamo pochissimo del cinema europeo) e grande rivelazione di questo film, Tarantino conduce le danze rendendo omaggio a Enzo Castellari senza per questo avere la minima intenzione di realizzare un remake. Semmai resta, nello spettatore che ha amato il cinema di Ernst Lubitsch, il piacere di un soggetto che, in alcune sue parti, non può non far pensare a To Be Or Not To Be (tradotto in italiano in Vogliamo vivere ripreso poi da Mel Brooks). Là era il teatro a dominare, qui c'è un'attrice cinematografica a fare il doppio gioco e dei guerriglieri macho che si spacciano per poco credibili italiani in una sala cinematografica. Tarantino è forse l'unico regista contemporaneo capace di metabolizzare un universo cinematografico di cui si nutre costantemente (chi scrive lo ha visto applaudire calorosamente, confuso tra il pubblico della proiezione stampa, alla prima cannesiana di Looking for Eric di Ken Loach che fa un cinema distante anni luce dal suo). Lo metabolizza restituendocelo nuovo e assolutamente personale (si veda, tra i tanti e a titolo di esempio, il riferimento a Duello al sole). Perchè Tarantino ama il Cinema tout court (e non solamente, come tanti altri registi, il proprio cinema) ed è felice quando riesce a trasmettere questa sua passione. Anche in questa occasione la missione è compiuta.
Giancarlo Zappoli (mymovies.it)

LA CRITICA

La fiaba nera di Tarantino reinventa la storia
di Natalia Aspesi,
La Repubblica
Solo il cinema può reinventare la storia lasciandola intatta, solo Quentin Tarantino può far morire tutti insieme Hitler, Göbbels, Göring e Bormann nel palco di una sala cinematografica parigina durante l' occupazione nazista, senza che il caricaturale falso storico sia considerato inaccettabile: suscitando anzi lo stesso entusiasmo infantile con applausi riservati un tempo ai famosi finali di «arrivano i nostri!». Dice l' attore Eli Roth, che in Inglorious basterds ammazza i nazisti a colpi di mazza da baseball: «Io sono ebreo e da bambino sognavo di far fuori tutti insieme quelli là, lo chiamavo "la mia fantasia kosher"». Dice Tarantino: «In un film tutto è possibile, anche far finire una guerra di colpo e di colpo togliere di mezzo i grandi criminali al potere; il cinema ha questa grande forza, far riflettere su come un solo gesto, una sola persona, potrebbero cambiare la storia». Tarantino la cambia molto, in questo suo film spericolato e molto divertente, ma cambia anche il modo in cui quasi sempre il cinema l' ha raccontata: «Il nazismo ormai è diventato un genere cinematografico come lo spaghetti western, il war movie, il thriller, il comico, la spy story: io li ho mescolati tutti insieme per uscire dai canoni banali con cui viene troppo spesso raccontata la seconda guerra mondiale». Non per niente il film inizia come una fiaba malefica, con la frase, «C' era una volta... nella Francia occupata dai nazisti, nel 1940...», con un ricatto, una delazione e una strage, e prosegue ricordando Quella sporca dozzina, con un gruppo di americani ebrei intenti a strappare lo scalpo ai cadaveri dei soldati tedeschi: «per colpire psicologicamente il nemico», dice il loro comandante Aldo l' Apache, che è poi il fantastico Brad Pitt, stupendamente imbruttito dai baffi e dall' aria tonta, boriosa e sbruffona, che declama contro il nemico come se fosse in un film di Sergio Leone; o in Quel maledetto treno blindato, il film girato nel 1978 da Enzo G. Castellari che ha ispirato questo di Tarantino. Nei 150 minuti di belle immagini, s' intrecciano le storie più improbabili eppure possibili, e i personaggi più assurdi eppure realistici. Tutto, essendo Tarantino un cinefilo assatanato, in qualche modo è legato al mondo del cinema: c' è la diva dell' Ufa che fa il doppio gioco (Diane Kruger) ed è vestita come Marika Rokk, la diva del cinema nazista, c' è la ragazza ebrea scampata all' eccidio iniziale (Mélanie Laurent) che, con nuova identità e vestita come Danielle Darrieux, gestisce un cinema parigino: la corteggiano un eroe nazi, diventato una star interpretando se stesso in un film di propaganda, e un ufficiale tedesco che parla solo citando film come fosse Tarantino stesso, mentre un critico cinematografico inglese in divisa va a prendere ordini da Churchill, e un mastodontico Hitler che si fa dipingere con un regale manto bianco ha vicino il mappamondo di Chaplin nel Grande dittatore. L' irresistibile lunga scena finale si svolge durante l' anteprima del film nazista, nel cinema della ragazza ebrea, dove si preparano ben tre diversi attentati ognuno all' insaputa degli altri e tutti denominati Operazione Kino; il fuoco che distruggerà tutti i caporioni nazisti verrà appiccato con le pellicole, mentre sullo schermo una voce griderà «questa è la vendetta degli ebrei!». Il massimo entusiasmo il pubblico lo ha dedicato al colonnello delle SS interpretato dall' attore austriaco Christoph Waltz, efferato, elegante, assassino, poliglotta, come devono sempre essere i nazisti dello schermo. Però Brad Pitt, l' idolo delle adolescenti che sognano la sua bellezza di quarantenne e l' eccessiva magrezza della sua bellissima signora, è più sorprendente, vera invenzione di Tarantino. Forse deluderà le sue piccole fan, ma ne conquisterà di meno innocenti, soprattutto quando costretto a passare per italiano, dentro una giacca da smoking bianca troppo stretta, risponderà solo «Buongiorno» al colonnello nazista che invece l' italiano lo sa perfettamente. Seguace del cinema italiano di serie B, l' inventivo Tarantino attribuisce a uno dei compagni di Aldo l' Apache il nome di Antonio Margheriti, in omaggio al regista che col soprannome di Anthony M. Dawson diresse un centinaio di film: finezze per incalliti cinefili. Ieri sera per il tappeto rosso zeppo di star, ci sono state simboliche colluttazioni per poter vestire Brad Pitt e Angiolina Jolie, dati sempre per separati ma tuttora insieme mano nella mano. Sino all' ultima ora chi era uscito vincitore dalla feroce tenzone, mentre il ricevimento dopo il film (che Pitt vedeva per la prima volta), l' ha dato l' azienda italiana Belstaff, di cui nel film Aldo l' Apache porta un bel giaccone di pelle.

Con Tarantino la storia è pulp
di Valerio Caprara,
Il Mattino
Ha proprio un altro passo, Quentin Tarantino. Di fronte a «Bastardi senza gloria», infatti, qualsiasi riserva di gusto personale si voglia mantenere, non si può che restare sbalorditi per le strepitose finezze d'inventiva, impianto narrativo, ritmo, recitazione, colonna sonora, versatilità stilistica, competenza e passione cinéfila di cui è davvero stracolmo. In un'epoca che vede il cinema quasi sempre costretto a vivacchiare sulla difensiva, il ragazzaccio del Tennessee compie il miracolo di riportarlo all'apice dell'immaginario collettivo: chi non si sarà goduto questa lampada d'Aladino in forma di film, insomma, avrà ben poco da discettare nelle prossime occasioni pubbliche o private incentrate sul cinema, l'arte o la cultura. Non è un caso che si provi riluttanza a ridurlo in pillole da recensione: la trama, sia pure lineare e conseguente, risulta incardinata nella progressione audiovisiva e viceversa, rendendo improprio e superfluo il consueto gioco di sponda tra forma e contenuto, realtà e messinscena. C'era una volta... La Storia. Magari quella di Hitler e della seconda guerra mondiale che ci ha regalato alcuni capolavori e molte risciacquature di pellicola. Però Tarantino ha il dono di re Mida e quando inizia a raccontare è come se lo schermo s'illuminasse per la prima volta agli occhi del primo spettatore. La Francia occupata, ma potrebbe essere un western di Ford: il colonnello delle SS Landa - cioé l'attore Christoph Waltz da Oscar a furor di popolo - bracca gli ebrei in un casolare di campagna, ma alle sue grinfie sfugge la ragazza che ritroveremo più tardi a Parigi, demiurga di una sala cinematografica dove la fiaba pulp «tarantinata» è destinata a incrociarsi con il super-pulp nazista. In contrappunto alla promessa di vendetta alla «Kill Bill» ecco la sporca dozzina dei mazzieri yankee, paracadutati oltre le linee, comandati da un Brad Pitt brutale e tontolone e votati alla caccia degli scalpi del nemico come facevano gli Apache. Scandito in capitoli - ognuno dotato di cifra espressiva autonoma (si va dal cinema tedesco di montagna a quello francese sotto Vichy e alla serie B italiana dei Castellari, Fulci, Margheriti) - nonché traboccante delle musiche di Tiomkin, Bernstein, Morricone, Bowie, Ferrio e decine d'altri di cui neppure le case discografiche conservavano il ricordo, il pastiche prima si definisce nei più invisibili raccordi dell'inquadratura, poi prende la rincorsa con irresistibili tornei verbali e infine deflagra in sequenze d'azione geometrica e concisa. Se il cinema deve far sognare a occhi aperti, sostiene Tarantino, sullo schermo il desiderio di giustizia può ribaltare i dati della storia: a patto che a condurre le danze siano personaggi come quelli della bionda diva teutonica che sa recitare il doppio gioco, mentre i guerrieri finto-italiani sanno biascicare solo buonciorno al nemico inatteso poliglotta. Il divertimento è grande proprio perché l'intarsio è follemente minuzioso: non importa pertanto pescare le citazioni a una a una, bensì abbandonarsi al piacere di un'immaginazione tanto più efficace quanto più aderente ai tempi, i dialoghi, le tensioni, i sarcasmi preferiti dall'autore. Per diventare un classico basterebbe la sequenza in cui la francesina si prepara a sferrare l'attacco, vestita come Danielle Darrieux, dipinta con i colori Apache e (come Quentin) pressoché drogata dai poteri della pellicola.

La fantasia di Tarantino ci vendica dal nazismo
di Roberta Ronconi,
Liberazioine
Era felice come un ragazzino davanti alla torta di compleanno, Quentin Tarantino ieri alla presentazione del suo Inglorious Basterds a Cannes. Ottava pellicola del più creativo regista dell'ultima generazione americana (appena uscito dal bagno di sangue - economicamente parlando - di Grindhouse ), attesissima sulla Croisette tanto da fare il pieno in sala sino dalle 7.30 di ieri mattina. Costringendo l'organizzazione del festival al rarissimo evento di una doppia proiezione per la stampa. Nessuno sapeva esattamente cosa aspettarsi dalle tre ore annunciate di nazi-western in salsa kosher di cui Tarantino aveva lungamente parlato anche lo scorso anno qui in Croisette. Il fiato è rimasto sospeso per tutto il tempo, mentre davanti ai primi testimoni della stampa internazionale prendeva forma con inaspettata lucidità una sorta di favola tinta dei soliti ricchissimi fantasmi tarantiniani (il cinema italiano di serie b, il mondo dei fumetti, tutto Leone, migliaia di omaggi, in primis al regista Castellari e al suo Quel maledetto treno blindato , rititolato negli Usa Inglorious Bastards ) in cui le atrocità del nazismo hitleriano entravano una ad una nel prisma colorato e blasfemo di un occhio infantile per riuscirne depurate di ogni male e trasformate in una catartica favola per adulti. Che si conclude, tanto per dirne una, con la suprema vendetta degli ebrei che danno fuoco ai loro assassini. Nessun rispetto della storia vera, ci mancherebbe, solo magica vendetta dell'immaginazione pilotata dalla fantasia folle e davvero geniale del principe bambino di Hollywood: mister Quentin Tarantino. Raccontare la trama di Inglorious Basterds (la leggera distorsione del titolo sembra sia dovuta a motivi di diritti) sarebbe follia. Per sommi capi, siamo nella Francia occupata dai nazisti su cui viene paracadutato un gruppetto di cacciatori americani di scalpi SS. Andiamo per popoli: i francesi sono sotto occupazione e fanno quello che possono per sopravvivere. Però hanno una loro eroina nella giovane ebrea Shosanna (Melanie Laurent) che avrà una parte centrale nella vendetta finale; i tedeschi sono cattivissimi, ma geniali, rappresentati magistralmente dal capocaccia agli ebrei, il furbissimo Hans Landa (un Christoph Waltz da Palma); gli americani sembrano appena usciti da un film di John Waine, guidati dal colonnello Aldo Raine (Brad Pitt gigionissimo) che parla come avesse un criceto in bocca e che si crede un apache. Sullo sfondo, anche un gruppetto di finti-italiani appena uscito da una barzelletta razzista. Come nel film di Bellocchio e in quello di Almodovar, il cinema come arte ma anche come corpo (la pellicola, le pizze, il proiettore) è protagonista accanto agli attori anche per Tarantino. Qui si trasforma in fuoco, lavacro con il quale l'ingiustizia viene lavata, spazzata via dalle fiamme come in una notte dei cristalli al contrario. Una montagna di omaggi e citazioni che vanno dai nomi dei personaggi (uno per tutti, l'Ed Fenech interpretato da Mike Myers, omaggio alla Edwige Fenech amata da Quentin) alle musiche (dovevano essere firmate da Morricone, ma il maestro italiano era impegnato con Baaria di Tornatore) fanno semplicemente da supporto creativo all'esplosione visiva di Tarantino che qui, come forse dai tempi di Pulp Fiction non gli succedeva, finalmente ritrova la compattezza della narrazione e l'unità filmica. Un capolavoro, si dice da sé il regista alla fine del film, e a suo modo ha ragione. Anche se la Cannes dei critici, stranamente, ha reagito con freddezza e - è sembrato - infastidita sorpresa all'anteprima mondiale. Come se i suoi numerosi adoratori di Quentin da questi "Basterdi" si aspettassero qualcosa di completamente diverso. Comunque, Tarantino sembra impermeabile agli scossoni, felice e sereno come un ragazzino al lunapark: «questo festival è il nirvana del cinema - biascica ridendo -. Tutta la stampa internazionale, la critica, i produttori di ogni parte del mondo sono qui in questi giorni in un'arena di combattimento con al centro i film». Si eccita soprattutto parlando della scelta degli attori. Di Brad Pitt si parla poco, del resto era stato scelto da subito e non ha faticato a trovare la sua posizione nel film. Difficile invece la ricerca del nazista Landa: «Se non avessi trovato l'attore giusto per il colonnello Landa - confessa Tarantino - avrei rimesso lo script nel cassetto. Ero disperato, non c'era nessuno che potesse incarnare il suo genio linguistico; è un personaggio di cui sono molto fiero, ma rischiava di non uscire dalla pagina, perché dovevo scovare un attore poeta e poliglotta. Fortunatamente, quando Christoph ha letto due scene, mi sono detto: Eccolo. Il film si fa!». Un po' "scandaloso" il fatto che tra le attrici provinate e non scelte per il ruolo dell'attrice doppiogiochista Bridget, ci fosse anche Isabelle Huppert, poi scartata a favore di Diane Kruger e oggi presidente della Giuria di questo festival. Paura di possibili vendette? «No, assolutamente - dichiara il regista - non c'è acrimonia tra noi. Io la adoro, spero un giorno di lavorare con lei, vedo i suoi film tutti i giorni. Non poteva lavorare nel film a causa di suoi precedenti impegni». Scusa galante e forse non vera. Ma chi se ne importa. Difficile comunque che questa giuria possa premiare con una Palma uno scherzo filmico come questo. Troppo serio il contesto di un festival per giocare con l'arte sino a questo punto (anche se, ricordiamo, la Palma per Pulp Fiction Tarantino l'ha avuta. Ma qui, in un qualche modo, si va oltre). Magari lo omaggeranno con un premio all'attore non protagonista Christoph Waltz, che del resto lo meriterebbe tutto. Però in sala c'è da andarci correndo, con figli al seguito

Topastri da forca
di Roberto Escobar,
Il Sole 24Ore
Bastardi senza gloria, il bel film di Tarantino, rivisita la seconda guerra mondiale e fa morire i nazisti in un cinema. Ripresa di spalle, una giovane donna sposta verso sinistra il bianco di un lenzuolo appeso ad asciugare in mezzo a un prato. Di colpo, il paesaggio che la macchina da presa scopre sullo sfondo sembra dilatarsi: in campo lunghissimo, nel verde della campagna francese compaiono una camionetta e un paio di moto. Inizia così Bastardi senza gloria (Usa e Germania, 2009, 153'),come se dietro quel lenzuolo, inatteso, ci fosse lo «sguardo anamorfico » del cinemascope. Ed è appunto il cinema il protagonista del film scritto e diretto da Quentin Tarantino. Lo è già nel titolo originale, Inglourious Basterds , quasi identico a Inglourious Bastards , come in Usa fu tradotto Quel maledetto treno blindato, in cui Enzo G. Castellari – pseudonimo di Enzo Girolami – raccontava senza troppe pretese stilistiche un'improbabile storia d'eroismo durante la Seconda guerra mondiale. Da quel film di serie B del 1978 dichiara di prender spunto ora Tarantino, nel senso che vuole recuperare e dilatare l'ingenua potenza illusoria del cinema popolare, che gli consente (o gli consentiva) di reinventare fatti e Storia. Diviso in capitoli, Bastardi senza gloria inizia da qualche parte nella Francia contadina, durante l'occupazione nazista. Dalla camionetta sbucata dalla profondità della campagna scende il colonnello Hans Landa ( Cristoph Waltz), noto come «il cacciatore di ebrei». E Landa è appunto in caccia, come lui stesso si compiace di raccontarea Perrier LaPadite (Denis Menochet), che tenta in ogni modo di sostenerne il sarcasmo crudele. Gli spiega, l'ufficiale delle SS, che gli ebrei sono come topi, e che i tedeschi sono come falchi. Intanto, sotto il pavimento in legno della casa contadina alcuni "topi" trattengono il respiro... Al termine del terribile dialogo, e dopo il crepitare "tecnico" dei mitra, degli ebrei nascosti dal contadino solo la giovane Shosanna Dreyfus (Mélanie Laurent) riesce a sbucar fuori dalla trappola mortale, e a dileguarsi oltre la linea lontana di un bosco. A lei Landa riserva un ultimo sarcasmo. Au revoir , le sussurra calmo, e intanto le punta alle spalle la sua Luger, imitandone lo sparo con la voce. È dato così il tema narrativo di Bastardi senza gloria : tra falchi e topi, a chi toccherà di soccombere, e a chi di prevalere? Ovviamente, la Storia è già stata tutta scritta 60e più anni fa. Fino al 30 aprile 1945, quando Adolf Hitler si uccide nel suo bunker a Berlino, i falchi hanno predato indisturbati. Nessuno ne ha fermato la caccia, men che meno gli alleati anglo-americani e sovietici. Però qui, sul grande rettangolo bianco in cui vivono di vita effimera Shosanna, Landa, Perrier e tanti come loro, c'è un'altra storia, una storia certo minore, ma che ha il vantaggio di non essere stata ancora scritta.Questo fa dunque Tarantino:si affida all'ingenua potenza del cinema popolare, di un cinema che (forse) non c'è più, e che non pretende da sé altro che d'essere una menzogna evidente, e tuttavia felice. A questa menzogna, appunto, occorre un secondo lato, un lato eroico che però non stia nella misura tragica e immodificabile della Storia ufficiale. Questo sono il tenente Aldo Raine ( Brad Pitt) e i suoi Bastardi: l'invenzione narrativa di un'altra possibi-lità, di un altro improbabile cammino offerto a ciò che è già stato. Non possono essere che dei marginali, i nostri eroi: marginali non solo rispetto alla Storia ufficiale, ma a maggior ragione anche rispetto allo stereotipo dell'eroe. Devono esser bastardi, appunto: tagliagole, piccoli o grandi criminali. Insomma, uomini inaffidabili. Il più inaffidabile è il tenente,con quel segno tutt'attorno al collo che Tarantino mostra appena lo presenta, e su cui poi ha il vezzo (e il buon gusto espressivo) di non tornare più. È un pendaglio da forca, Aldo Raine. È fuor di dubbio. Ma ancor più fuor di dubbio è che non sopporta che in cielo volino falchi nazisti. Ce n'è poi un terzo,dilato,nella menzogna evidente e felice di Tarantino. Si tratta del più cinematografico. Senza inutili preoccupazioni di verosimiglianza, la sua sceneggiatura ritrova Shosanna a Parigi, proprietaria di una sala cinematografica (bella come una diva del cinema degli anni 40 è anche lei quando, in attesa della fine, indossa un vestitino rosso attillato). Lì, in platea e tra i velluti dei palchi gremiti di spettatori inusuali, la storia del film reinventa e riscrive quella ufficiale. Tarantino ce la racconta, questa nuova Storia, mettendo la macchina da presa dietro lo schermo. E proprio nella sua luce riflessa, contro i falchi ora vince la potenza del nitrato d'argento: la sua potenza materiale, ma prima ancorala sua potenza illusoria.


BASTARDI SENZA GLORIA

Un film di Quentin Tarantino

Con
Brad Pitt
Christoph Waltz
Eli Roth
Mélanie Laurent
Diane Kruger

Azione, durata 160 min.

USA, Germania, 2009